Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10395 del 29/04/2010

Cassazione civile sez. II, 29/04/2010, (ud. 19/02/2010, dep. 29/04/2010), n.10395

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SETTIMJ Giovanni – Presidente –

Dott. PETITTI Stefano – Consigliere –

Dott. PARZIALE Ippolisto – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

Società MG ADVERTISING a r.l., in persona del legale rappresentante

pro-tempore, rappresentata e difesa dall’Avv. Prastaro Ermanno,

elettivamente domiciliata nel suo studio in Roma, via A. Chinotto, n.

1;

– ricorrente –

contro

COMUNE di ROMA, in persona del Sindaco pro-tempore;

– intimato –

avverso la sentenza del Giudice di pace di Roma depositata il 6

febbraio 2006.

Udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

19 febbraio 2010 dal Consigliere relatore Dott. Alberto Giusti;

lette le conclusioni scritte del Pubblico Ministero, in persona del

Sostituto Procuratore Generale Dott. UCCELLA Fulvio, che ha concluso

per la manifesta fondatezza del ricorso, conclusioni alle quali si è

riportato, in camera di consiglio, il Sostituto Procuratore Generale

Dott. Giampaolo Leccisi.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

Che la s.r.l. MG Advertising ha proposto ricorso avverso due determinazioni dirigenziali ingiuntive emesse in data 13 maggio 2005 dal Comune di Roma per violazione della normativa in materia di installazione di impianti pubblicitari;

che la ricorrente ha eccepito la nullità dei provvedimenti: perchè emessi oltre il termine di trenta giorni di cui alla L. 7 agosto 1990, n. 241, art. 2; perchè per la detta violazione non è prevista alcuna sanzione; per difetto di motivazione; per mancata audizione del legale rappresentante della società che ne aveva fatto esplicita richiesta;

che il Comune di Roma si è costituito, resistendo alla domanda;

che il Giudice di pace di Roma, con sentenza depositata il 6 febbraio 2006, ha rigettato il ricorso e convalidato i provvedimenti impugnati; che il Giudice di pace:

ha preliminarmente rilevato la tardività del deposito da parte della P.A. della documentazione relativa al ricorso;

ha rigettato l’eccezione di prescrizione sollevata dalla ricorrente, sul rilievo che esiste una legge specifica in materia di sanzioni amministrative che prevede altri termini di prescrizione e che prevale sulla legge generale invocata; ha precisato che nessuna documentazione ha fornito la ricorrente in merito all’asserita inclusione del cartello in oggetto nella procedura di riordino intrapresa dal Comune di Roma;

ha rilevato che le determinazioni dirigenziali ingiuntive risultano sufficientemente motivate per relationem e debitamente sottoscritte, alla luce del D.Lgs. 18 agosto 2000, n. 267, che ha riservato al Sindaco l’emanazione dei soli provvedimenti repressivi che comportano apprezzamenti tipici in funzione di interessi generali; ha sottolineato che i ricorsi sono stati presentati unitamente a numerosi altri, sicchè è ben possibile che la P.A. abbia provveduto alla convocazione del legale rappresentante della società in occasione della convocazione per altri ricorsi, così come dal Comune affermato nell’atto di costituzione;

ha dichiarato assorbite le altre questioni; che per la cassazione della sentenza del Giudice di pace la s.r.l. AG Advertising ha proposto ricorso, con atto notificato il 22-26 marzo 2007, sulla base di cinque motivi;

che l’intimato Comune non ha svolto attività difensiva in questa sede.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

Che con il primo motivo (difetto e contraddittorietà di motivazione;

violazione e/o falsa applicazione della L. n. 689 del 1981 e degli artt. 112 e 132 cod. proc. civ., in relazione all’art. 360 cod. proc. civ., n. 4) la ricorrente denuncia “difetto assoluto di motivazione atteso che il Giudice non si è in alcun modo pronunciato circa i motivi di ricorso esposti dalla ricorrente nè li ha esaminati violando le prescrizioni dell’art. 112 cod. proc. civ., sotto molteplici profili e non da atto delle ragioni del rigetto del ricorso illegittimamente”;

che il motivo è infondato, per la parte in cui non è inammissibile;

che, per un verso, l’inosservanza dell’obbligo previsto dall’art. 132 cod. proc. civ., si ha quando la motivazione è totalmente mancante o meramente apparente (Cass., Sez. 2^, 21 dicembre 2006, n. 27313;

Cass., Sez. lav., 8 gennaio 2009, n. 161), laddove nella specie la sentenza impugnata contiene argomentazioni idonee a rilevare, sia pure in modo estremamente conciso, le rationes decidendi;

che, per altro verso, il vizio di omessa pronuncia, ex art. 112 cod. proc. civ., in relazione all’art. 360 cod. proc. civ., è prospettato in maniera generica ed apodittica, senza precisare – come sarebbe stato necessario, in ottemperanza alla regola di specificità dei motivi di ricorso – su quali motivi di opposizione alle determinazioni dirigenziali ingiuntive il Giudice di pace avrebbe omesso di pronunciare;

che, d’altra parte, in materia di opposizione ad ordinanza- ingiunzione, il ricorso per cassazione che denunzi il mancato esame, da parte del giudice di merito, di un motivo dell’opposizione può condurre alla cassazione della sentenza impugnata soltanto se, vertendo su questione di diritto, esso sia fondato, atteso che, nel caso di sua infondatezza, lo iato esistente tra la pronuncia di rigetto ed il mancato esame della censura deve essere colmato dalla Corte di Cassazione facendo uso del proprio potere di correzione della motivazione della sentenza, integrando la decisione di rigetto mediante l’enunciazione delle ragioni di diritto che sostengono il provvedimento opposto, senza necessità di rimettere la causa ad altro giudice affinchè dichiari infondato il motivo non esaminato (Cass., Sez. 2^, 12 aprile 2006, n. 8561);

che il secondo motivo (difetto e contraddittorietà della motivazione; violazione e/o falsa applicazione della L. n. 689 del 1981 e della L. n. 241 del 1990; violazione dell’art. 24 Cost.; in relazione all’art. 360 cod. proc. civ.) lamenta che la sentenza impugnata non abbia accolto l’opposizione, nonostante le determinazioni dirigenziali ingiuntive siano state emesse oltre il termine di trenta giorni di cui alla L. n. 241 del 1990;

che il motivo è manifestamente infondato, dovendo ribadirsi che, in tema di sanzioni amministrative, alla mancata previsione nella L. n. 689 del 1981 del termine per l’emissione dell’ordinanza-ingiunzione, non si può ovviare applicando quello, peraltro non perentorio, previsto per la conclusione del procedimento amministrativo dalla L. n. 241 del 1990, art. 2 (originariamente trenta giorni, poi novanta a seguito della modifica apportata dal D.L. n. 35 del 2005, convertito nella L. n. 80 del 2005), in quanto la L. n. 689 del 1981, costituisce un sistema di norme organico e compiuto e delinea un procedimento di carattere contenzioso in sede amministrativa, scandito in fasi i cui tempi sono regolati in modo da non consentire, anche nell’interesse dell’incolpato, il rispetto di un termine così breve: è, quindi, applicabile il termine quinquennale di cui alla L. n. 689 del 1981, art. 28, ancorchè detta norma faccia letteralmente riferimento al termine per riscuotere le somme dovute per le violazioni (ex maltis, Cass., sez. 5^, 28 luglio 2009, n. 17526);

che il terzo mezzo (difetto e contraddittorietà di motivazione;

violazione e falsa applicazione della L. n. 689 del 1981; difetto di motivazione circa un punto decisivo della controversia; in relazione all’art. 360 cod. proc. civ.) pone la questione se il provvedimento ingiuntivo preceduto dalla proposizione di ricorso amministrativo argomentato debba essere motivato in relazione alle deduzioni svolte, e se la mancanza di idonea motivazione renda il provvedimento nullo;

che la censura è infondata, posto che – come recentemente affermato dalle Sezioni unite di questa Corte (sentenza 28 gennaio 2010, n. 1786) – i vizi motivazionali dell’ordinanza-ingiunzione non comportano la nullità del provvedimento, e quindi l’insussistenza del diritto di credito derivante dalla violazione commessa, in quanto il giudizio susseguente investe il rapporto e non l’atto e, quindi, sussiste la cognizione piena del giudice, che potrà (e dovrà) valutare le deduzioni difensive proposte in sede amministrativa e in ipotesi non esaminate o non motivatamente respinte, se riproposte nei motivi di opposizione, e decidere su di esse con pienezza di poteri, sia che le stesse investano questioni di diritto o questioni di fatto;

che anche il quarto motivo (con cui – prospettando violazione dell’art. 112 cod. proc. civ. e vizio di motivazione – ci si duole che il provvedimento ingiuntivo non sia stato dichiarato nullo, nonostante non sia stato preceduto dalla convocazione per l’audizione richiesta nel ricorso amministrativo) è manifestamente infondato;

che, infatti, le Sezioni unite di questa Corte (sentenza 28 gennaio 2010, n. 1786, cit.) hanno precisato che l’audizione è preordinata all’esposizione di elementi favorevoli alla propria tesi che l’interessato vuole far conoscere all’Autorità preposta all’adozione dell’ordinanza, sicchè la tutela del trasgressore non è lesa dal mancato uso di tale facoltà, atteso che quelle ragioni potranno senza dubbio alcuno essere prospettate in sede giurisdizionale: tale vizio, pertanto, non può comportare l’annullamento dell’ordinanza- ingiunzione, attesa la pienezza di cognizione che compete al giudice del rapporto;

che con il quinto motivo la ricorrente deduce “difetto e contraddittorietà di motivazione; violazione e falsa applicazione della L. n. 689 del 1981 in relazione all’art. 360 cod. proc. civ.;

difetto e contraddittorietà di motivazione circa un punto decisivo della controversia in relazione all’art. 360 cod. proc. civ.” e pone le seguenti questioni: se “l’omessa produzione da parte della P.A. degli atti relativi all’accertamento renda illegittimo il provvedimento”; se “l’omessa considerazione da parte del giudice della mancata produzione degli atti posti a fondamento della violazione contestata da parte della P.A. renda illegittimo il provvedimento”; se “l’omessa valutazione della nullità dei verbali per violazione di legge stante la mancata previsione e quantificazione da parte della norma regolamentare applicata alla sanzione” comporti una violazione del principio di riserva di legge;

che il motivo è infondato, per la parte in cui non è inammissibile;

che, per un verso, in tema di sanzioni amministrative, il termine di dieci giorni prima dell’udienza di comparizione, fissato dalla L. n. 689 del 1981, art. 23, comma 2, per il deposito da parte dell’Amministrazione dei documenti relativi all’infrazione ed alla sua contestazione, non ha natura perentoria, onde il deposito dei documenti oltre tale termine non implica alcuna decadenza, mancando nella norma una simile comminatoria, nè producendo alcuna decadenza lo stesso mancato deposito di detti documenti nel corso del giudizio, salvo l’accoglimento dell’opposizione nelle ipotesi in cui l’opponente possa dimostrare la fondatezza dei motivi di opposizione solo sulla base di tali documenti, costituendo in tali ipotesi il mancato deposito un elemento presuntivo di giudizio in ordine alla fondatezza del ricorso (Cass., Sez. 1^, 11 novembre 2004, n. 21491;

Cass., Sez. 1^, 5 luglio 2006, n. 15324);

che, inoltre, con riguardo al principio di riserva di legge che regolamenta l’applicazione delle sanzioni amministrative, il motivo avrebbe dovuto essere proposto, non per difetto e contraddittorietà della motivazione o per vizio in indicando derivante da violazione e falsa applicazione della L. n. 689 del 1981, ma, specificamente, in relazione agli artt. 112 e 360 cod. proc. civ., n. 4, per omessa pronuncia riguardo ad uno dei motivi di opposizione (ex multis, Cass., Sez. 3^, 4 giugno 2007, n. 12952), posto che la sentenza impugnata non prende posizione sul quadro sanzionatorio applicabile alla fattispecie;

che anche la deduzione del vizio di motivazione è meramente assertiva, a fronte della argomentata conclusione contenuta nella sentenza impugnata sul fatto che nessuna deduzione è stata fornita dall’opponente in merito all’asserita inclusione del cartello pubblicitario in oggetto nella procedura di riordino intrapresa dal Comune di Roma, e non tiene conto che l’omesso esame di fatto decisivo previsto dall’art. 360 cod. proc. civ., n. 5, è costituito da quel difetto di attività del giudice del merito che si verifica tutte le volte in cui egli abbia trascurato, non – come prospettato nella specie – la deduzione o l’argomentazione che la parte ritiene rilevante per la sua tesi, ma una circostanza obiettiva acquisita alla causa tramite prova scritta od orale, idonea di per sè, qualora fosse stata presa in considerazione, a condurre con certezza ad una decisione diversa da quella adottata;

che, pertanto, il ricorso deve essere rigettato;

che nessuna statuizione deve essere emessa sulle spese, non avendo il Comune intimato svolto attività difensiva in questa sede.

P.Q.M.

La Corte rigetta, il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda civile della Corte Suprema di Cassazione, il 19 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 29 aprile 2010

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA