Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10392 del 20/04/2021

Cassazione civile sez. I, 20/04/2021, (ud. 10/12/2020, dep. 20/04/2021), n.10392

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente –

Dott. VALITUTTI Antonio – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – rel. Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 6226/2017 proposto da:

B.M., e T.G., elettivamente domiciliati in Roma,

via Adda 21 presso lo studio dell’avvocato Alessandra Talamonti,

rappresentati e difesi dall’avvocato Luana Sandroni;

– ricorrente –

contro

Veneto Banca S.p.a., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in Roma, Via Sistina n. 42,

presso lo studio dell’avvocato Giovanni Galoppi, che la rappresenta

e difende unitamente all’avvocato Antonella Lillo;

– controricorrente –

e contro

Ba.Al., C.L., C.N., e P.S.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 2763/2016 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 02/12/2016;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

10/12/2020 dal Cons. Dott. MARCO MARULLI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza in data 2.12.2016 la Corte d’Appello di Venezia, adita da B.M. e T.G. che si dolevano del rigetto in primo grado della domanda proposta nei confronti di Veneto Banca s.p.a. e dei dipendenti di questa, Ba.Al. e C.R., intesa a farne valere la responsabilità in relazione alle operazioni finanziarie poste in essere tramite costoro, ha respinto il proposto gravame, così confermando la decisione impugnata, sulla considerazione che, sebbene fosse onere degli attori allegare quali obbligazioni l’intermediario non avrebbe adempiuto, erano risultati fondati nella specie i rilievi opposti dalla banca “relativi alla mancata indicazione da parte degli attori delle operazioni dagli stessi non autorizzate e dei periodi in cui esse sarebbero state effettuate”, nonchè degli obblighi informativi rimasti inadempiuti e della valutazione in ordine adeguatezza degli investimenti operati.

Chiedono ora che la sentenza qui impugnata sia cassata i B. – T. sulla base di quattro motivi di ricorso illustrati pure con memoria, cui resiste, nella quiescenza delle altre parti intimate, Veneto Banca con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

2.1. Il primo motivo di ricorso – con cui si lamenta che la Corte d’Appello avrebbe violato l’art. 2697 c.c., non avendo i ricorrenti assolto l’onere della prova loro incombente, ancorchè si fosse precisato da entrambi di essere stati “consigliati male”, che molte operazioni erano state concluse a loro “insaputa”, senza che se raccogliesse il loro “consenso” e senza sottoscrivere “alcunchè” e senza ancora “ricevere informazioni sulle caratteristiche dell’operazione e sulla loro inadeguatezza” – è, in disparte dalle altre preclusioni agitate ex adverso, inammissibile per difetto di specificità.

2.2. La Corte d’Appello, come visto, ha rigettato il gravame evidenziando la lacunosità della domanda in punto di allegazione dei fatti costitutivi, posto che nè in primo grado nè, tantomeno, in sede di appello, gli istanti avevano provveduto ad indicare in relazione a quali operazioni la banca e per essa i propri dipendenti che avevano curato i rapporti con i B. – T. fossero venuti meno agli obblighi comportamentali gravanti sull’intermediario in base alle disposizione dal TUF e dalle fonti regolamentari. E ciò sebbene fossero stati gli stessi B. – T. a dedurre che le pretese manchevolezze addebitate all’intermediario si fossero consumate sulla sfondo di un’intensa attività negoziale, caratterizzata da investimenti “in azioni di ogni tipo anche particolarmente speculative e quindi rischiose”, che nel giro di poco tempo aveva generato in loro favore ingenti guadagni seguiti altrettanto rapidamente da ingenti perdite.

Ora ricordato che secondo l’affermata convinzione di questa Corte in materia di intermediazione finanziaria la disciplina dettata dall’art. 23, comma 6, TUF, in armonia con la regola generale stabilita dall’art. 1218 c.c., impone, tra l’altro, all’investitore, il quale lamenti la violazione degli obblighi informativi posti a carico dell’intermediario, nel quadro dei principi che regolano il riparto degli oneri di allegazione e prova, “di allegare specificamente l’inadempimento di tali obblighi, mediante la pur sintetica ma circostanziata individuazione delle informazioni che l’intermediario avrebbe omesso di somministrare” (Cass., Sez. I, 24/04/2018, n. 10111), il collegio non può che prendere atto, di fronte agli enunciati della sentenza impugnata, che il motivo nella sua oggettiva consistenza si rivela del tutto generico, dato che reitera supinamente le medesime considerazioni già disattese dal giudice del gravame, astenendosi segnatamente non solo dall’indicare quali obblighi informativi siano stati nella specie violati, ma pure in relazione a quali, tra le tante operazioni concluse dai ricorrenti, gli obblighi in questione siano rimasti inadempiuti. Il motivo omette perciò di sviluppare qualsiasi ragione di critico confronto rispetto all’iter motivazionale adottato dalla decisione impugnata, sicchè esso contravviene al precetto della specificità di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, giusta il quale occorre che nell’esposizione del motivo trovino espressione le ragioni di dissenso dell’impugnante, formulate in termini tali da soddisfare esigenze di specificità, di completezza e di riferibilità alla decisione impugnata proprie del mezzo azionato e, insieme, da costituire una critica precisa e puntuale e, dunque, pertinente delle ragioni che ne sono alla radice.

Non soddisfacendo i detti requisiti il motivo soggiace perciò alla premessa declaratoria di inammissibilità.

3. Il secondo motivo di ricorso – volto ad argomentare che la Corte d’Appello avrebbe violato ancora l’art. 2697 c.c. e l’art. 23 TUF, “dal momento che avendo dimostrato gli odierni ricorrenti la condotta inadempiente della Banca, sarebbe stato semmai onere dell’intermediario finanziario dare la prova di aver agito con la specifica diligenza richiesta” – resta assorbito dall’inammissibilità che investe il primo motivo di ricorso, presupponendo infatti la sua disamina che l’onere di allegazione gravante sugli investitori sia stato previamente adempiuto, onde in difetto di ciò non è ravvisabile l’onere della banca di aver agito con la diligenza specifica richiesta a mente dall’art. 23, comma 6, TUF in base alla natura dell’attività esercitata.

4. Il terzo motivo di ricorso – con cui si lamenta che la Corte d’Appello, violando l’art. 112 c.p.c., avrebbe omesso di sentenziare riguardo al primo motivo di gravame inteso a far constare che erroneamente il giudice di prime cure aveva accolto l’eccezione di tardività nel disconoscimento dei contratti prodotti in causa da parte degli attori – è infondato.

Si legge, invero, nell’ultima pagina della sentenza “che il punto di vista finora illustrato assorbe ogni altra considerazione ed in particolare la problematica relativa al disconoscimento delle scritture/ordini da parte del B., argomento non più rilevante una volta considerato del tutto insoddisfatto l’onere di allegazione sopra illustrato”.

E’ dunque di tutta evidenza che l’omissione denunciata non sussiste, poichè, pur dichiarando la questione assorbita, la Corte d’Appello non ha mancato di delibarla e di pronunciarsi su di essa, rendendo perciò in tal modo inconsistente la relativa censura.

5. Il quarto motivo di ricorso evidenzia ancora la nullità dell’impugnata decisione per violazione dell’art. 112 c.p.c., avendo essa “omesso di pronunciarsi su un motivo specifico del gravame, costituito dalle istanze istruttorie rigettate in primo grado e richieste con l’atto di appello”.

Il motivo è destituito di fondamento poichè, come più volte si è affermato, “il vizio di omessa pronuncia che determina la nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c., rilevante ai fini di cui all’art. 360 c.p.c., n. 4, si configura esclusivamente con riferimento a domande, eccezioni o assunti che richiedano una statuizione di accoglimento o di rigetto, e non anche in relazione ad istanze istruttorie (come quella di ammissione di una c.t.u.) per le quali l’omissione è denunciabile soltanto sotto il profilo del vizio di motivazione” (Cass., Sez. III, 11/02/2009, n. 3357).

6. Il ricorso va dunque respinto.

7. Le spese seguono la soccombenza e ricorrono le condizioni per il raddoppio del contributo ove dovuto.

P.Q.M.

Respinge il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento in favore della parte controricorrente delle spese di lite che liquida in Euro 12200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre al 15% per spese generali ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente principale e da parte del controricorrente ricorrente incidentale, ove dovuto, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 10 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 20 aprile 2021

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