Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10386 del 12/05/2011

Cassazione civile sez. trib., 12/05/2011, (ud. 02/02/2011, dep. 12/05/2011), n.10386

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D’ALONZO Michele – Presidente –

Dott. PERSICO Mariaida – rel. Consigliere –

Dott. DIDOMENICO Vincenzo – Consigliere –

Dott. SAMBITO Maria Giovanna Concetta – Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope

legis;

– ricorrente –

contro

L.F., L.G., L.N.;

– intimati –

sul ricorso 7564-2006 proposto da:

L.F., L.G., L.N., elettivamente

domiciliati in ROMA VIALE TIZIANO 80, presso lo studio dell’avvocato

RICCIARDI PAOLO, rappresentati e difesi dall’avvocato AMABILE

ANTONIO, giusta delega a margine;

– controricorrenti e ricorrenti incidentali –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE;

– intimato –

avverso la sentenza n. 213/2004 della COMM. TRIB. REG. SEZ. DIST. di

SALERNO, depositata il 25/11/2004;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

02/02/2011 dal Consigliere Dott. MARIAIDA PERSICO;

udito per il ricorrente l’Avvocato DE STEFANO, che ha chiesto

l’accoglimento;

udito per il resistente l’Avvocato AMABILE, che ha chiesto il

rigetto;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

LETTIERI Nicola, che ha concluso per il rigetto dei ricorsi.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con tre distinti ricorsi proposti alla Commissione Tributaria Provinciale di Salerno L.N., L.F. e L. G. impugnavano i tre avvisi di accertamento con i quali, in riferimento all’anno d’imposta 1983, era stato accertato un loro maggior reddito da partecipazione alla società Sutera di L. G. e C. s.n.c., della quale erano soci; eccepivano la carenza di motivazione degli atti impositivi, non avendo mai avuto conoscenza dell’accertamento operato a carico della società partecipata, in quanto notificato al curatore della stessa, essendo stata la società nelle more dichiarata fallita. L’ufficio resisteva.

La Commissione Tributaria Provinciale, riuniti i ricorsi e dopo aver richiesto con ordinanza, rimasta inevasa, di conoscere lo stato e l’esito del contenzioso instaurato con la società, accoglieva detti ricorsi ritenendo che non era stata messa in grado di venire a conoscenza del reddito attribuito alla società e da imputare ai soci.

Avverso tale sentenza l’Agenzia delle Entrate proponeva appello allegando l’accertamento emesso a carico della società; i contribuenti restavano contumaci. La Commissione Tributaria Regionale rigettava l’appello ritenendo non sanato il difetto di motivazione dell’atto impugnato attraverso l’allegazione dell’accertamento emesso a carico della società.

Contro tale ultima decisione, di cui in epigrafe, l’Agenzia propone ricorso per cassazione articolato su due motivi. I contribuenti controdeducono e propongono ricorso incidentale condizionato articolato su motivo unico.

MOTIVAZIONE:

1. L’agenzia con il primo motivo del ricorso eccepisce, ex art. 360 c.p.c., n. 4, la violazione dell’art. 112 c.p.c. per extrapetizione;

assume che i contribuenti, contumaci in secondo grado, non hanno riproposto le questioni di cui al ricorso, sulle quali il primo giudice non si era pronunciato in quanto aveva motivato sulle questioni diverse che non erano in alcun modo parte del petitum originario (e cioè la non eccepita definitività dell’avviso alla società e sulla ritenuta non conoscenza di esso da parte di tale giudice) e che, conseguentemente era viziata di ultrapetizione la sentenza resa in appello per aver pronunciato sul petitum originario non riproposto dai soci e non implicito nel contenuto dell’atto di appello.

1.2 La censura, peraltro resistita dai controricorrenti, è inammissibile per carenza di autosufficienza secondo i principi già enucleati da questa Corte che ha affermato (Cass. n. 1170 del 2004) “Se è vero che la Corte di Cassazione, allorquando sia denunciato un error in procedendo, quale indubbiamente il vizio di ultra o extrapetizione, è anche giudice del fatto ed ha il potere – dovere di esaminare direttamente gli atti di causa, tuttavia, per il sorgere di tale potere – dovere, non essendo il predetto vizio rilevabile ex officio, è necessario che la parte ricorrente indichi gli elementi individuanti e caratterizzanti il “fatto processuale” di cui richiede il riesame e, quindi, che il corrispondente motivo sia ammissibile e contenga, per il principio di autosufficienza del ricorso, tutte le precisazioni e i riferimenti necessari a individuare la dedotta violazione processuale.” 1.3 In contrasto con tale consolidato principio la ricorrente, pur formulando con il motivo in esame delle affermazioni assolutamente in contrasto con l’impugnata sentenza, non specifica nè riporta testualmente gli atti processuali che sosterrebbero la tesi prospettata ed in tal modo non consente a questa Corte di svolgere la funzione istituzionale che le è propria de controllo di legalità.

2. Con il secondo motivo la ricorrente denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 e 4, la violazione del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 5 e dell’art. 2291 c.c., per non aver il giudice a quo rilevato d’ufficio l’inammissibilità dei ricorsi originari per carenza di motivi, non contenendo motivi di merito a fronte di un accertamento societario conoscibile dal socio perchè notificato alla società e divenuto definitivo in quanto non impugnato neppure da essi soci, – che comunque ne avevano avuto conoscenza attraverso la notifica degli atti impositivi ad essi destinati.

2.2 La censura è fondata. Come questa Corte ha già affermato (Cass. n. 2910 del 2009) “L’accertamento tributario, se inerente a crediti i cui presupposti si siano determinati prima della dichiarazione di fallimento del contribuente o nel periodo d’imposta in cui tale dichiarazione è intervenuta, deve essere notificato non solo al curatore – in ragione della partecipazione di detti crediti al concorso fallimentare, o, comunque, della loro idoneità ad incidere sulla gestione delle attività e dei beni acquisiti al fallimento – ma anche al contribuente, il quale non è privato, a seguito della dichiarazione di fallimento, della sua qualità di soggetto passivo del rapporto tributario e resta esposto ai riflessi, anche di carattere sanzionatorio, che conseguono alla definitività dell’atto impositivo; ne consegue che il fallito, nell’inerzia degli organi fallimentari ed a prescindere dalla valutazione da essi compiuta sul predetto accertamento, è eccezionalmente abilitato ad esercitare egli stesso tale tutela, una volta che abbia piena cognizione anche dei motivi della pretesa tributaria.” 2.3 Da tale principio consegue non solo che il socio di una società di persone, benchè fallita, mantiene la propria legittimazione ad impugnare direttamene l’atto impositivo notificato alla società fallita, ma anche, quale necessario corollario, che la conoscenza dell’accertamento alla società, e quindi il termine per la relativa impugnativa, deriva al socio dalla notifica a lui effettuata dell’atto di accertamento relativo ai redditi da partecipazione societaria che fonda sull’accertamento societario (in tal senso Cass. n. 10584 del 2007). Ne consegue che la mancata impugnativa di tale ultimo atto da parte del curatore e/o dei soci – che di tale atto abbiano avuto diretta notizia (se ed in quanto destinatari in proprio degli atti impositivi che da quello scaturiscono e che a quello fanno riferimento) – determina, nei rispettivi diversi termini decorrenti dalla effettiva conoscenza dello stesso, l’inoppugnabilità per scadenza dei termini dell’avviso di accertamento societario.

2.4 L’ulteriore passaggio logico è che da tale definitività dell’accertamento a carico della società scaturisce altresì la mancanza di motivi di merito dei ricorsi dei soci se non fondati, come nel caso di specie, su motivazioni strettamente personali – presumendosi nella società di persone, D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, ex art. 5, la ripartizione degli utili tra i soci.

Ne consegue che del tutto erroneamente il giudice a quo, non facendo buon uso dei principi sopra affermati, ha ritenuto che “di fatto i soci, ignorando i motivi che hanno generato l’accertamento nei confronti della società partecipata, non hanno potuto organizzare un’adeguata difesa in ordine al reddito di partecipazione loro imputato”.

Tale motivo del ricorso deve, pertanto, essere accolto e la sentenza impugnata deve essere cassata.

3. L’accoglimento del secondo motivo del ricorso principale rende necessario l’esame del ricorso incidentale condizionato. Con lo stesso viene denunciata la violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53, n. 2 e artt. 137, 160 e 331 c.p.c. ex art. 360 c.p.c., n. 3 e 4, oltre vizio della motivazione, ex art. 360 c.p.c., n. 5, per non avere il giudice a quo rilevato d’ufficio che l’atto di appello era stato notificato, a mezzo posta, ai tre contribuenti in un’unica copia presso l’unico procuratore domiciliatario e per non avere quindi o dichiarato l’inammissibilità dell’appello proposto dall’Agenzia o concesso termine alla stessa per l’integrazione del contradittorio.

Ritiene il Collegio che la censura sia infondata alla luce del principio più volte affermato da questa Corte e secondo cui il diritto della parte (pubblica o privata) al processo trova fondamento nell’art. 24 Cost., e perciò può essere frustrato attraverso una pronuncia di inammissibilità solo in relazione a vizi di natura non formale, che a loro volta pregiudichino interessi del pari costituzionalmente protetti, quali l’effettività del contraddittorio. (Cass. n. 3042 del 2008). Nel caso di specie può quindi affermarsi che la notifica all’unico difensore dei tre soci- ricorrenti in primo grado di un unico atto di appello (in originale essendo stata la notifica effettuata a mezzo posta) non è nulla e non determina l’inammissibilità del gravame, giacchè quest’ultima non può mai conseguire a vizi di natura meramente formale che non pregiudichino interessi costituzionalmente protetti, quali l’effettività del contraddittorio.

Il ricorso incidentale in esame deve pertanto essere rigettato.

4. La causa, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, può essere decisa nel merito, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., con il rigetto del ricorso introduttivo dei contribuenti.

5. Le spese di giudizio dei gradi di merito vengono integralmente compensate tra le parti, tenuto conto dell’epoca di formazione dei principi affermati rispetto alla data di presentazione del ricorso introduttivo. Le spese di questo grado di legittimità vengono liquidate come in dispositivo in applicazione del principio della soccombenza.

P.Q.M.

La Corte riunisce i ricorsi. Dichiara inammissibile il primo motivo del ricorso principale, accoglie il secondo motivo; cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta i ricorsi introduttivi dei contribuenti. Rigetta il ricorso incidentale. Compensa integralmente tra le parti le spese di giudizio dei gradi di merito e condanna i contribuenti, in solido tra loro, alle spese di questo grado di legittimità che liquida in Euro 4.200,00, oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, il 1 febbraio 2011.

Depositato in Cancelleria il 12 maggio 2011

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