Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10379 del 20/04/2021

Cassazione civile sez. lav., 20/04/2021, (ud. 04/11/2020, dep. 20/04/2021), n.10379

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. DE MARINIS Nicola – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 1577/2019 proposto da:

D.L.D., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CALABRIA

56, presso lo studio dell’avvocato GIOVANNI D’AMATO, rappresentato e

difeso dall’avvocato SERENA CHIANESE;

– ricorrente –

contro

SOLETO S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA CRESCENZIO 58, presso lo

studio degli avvocati BRUNO COSSU, e SAVINA BOMBOI, che la

rappresentano e difendono;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 612/2018 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 29/10/2018 R.G.N. 227/2017;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

04/11/2020 dal Consigliere Dott. NICOLA DE MARINIS;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MASTROBERARDINO Paola, che ha concluso per l’inammissibilità in

subordine rigetto del ricorso;

udito l’Avvocato SERENA CHIANESE;

udito l’Avvocato BRUNO COSSU.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con sentenza del 29 ottobre 2018, la Corte d’Appello di Napoli confermava la decisione resa dal Tribunale di Napoli e rigettava la domanda proposta da D.L.D. nei confronti di Soleto S.p.A., avente ad oggetto la declaratoria di illegittimità del licenziamento intimato al D.L. per il superamento dei termini contrattuali previsti per il comporto di malattia.

La decisione della Corte territoriale discende dall’aver questa ritenuto applicabile nella specie il più ridotto termine di comporto previsto in relazione all’anzianità maturata dal ricorrente dedotto il periodo di aspettativa fruito e, alla stregua della disciplina contrattuale, ritenuto non computabile a quei fini, non potendosi accogliere la tesi del D.L. per cui la Società, attraverso un comportamento concludente, dato dal pagamento dello scatto di anzianità a prescindere dalla limitazione del decorso della stessa a riguardo contrattualmente sancita, avrebbe, in via generale, rinunciato a valersi della norma, conseguendone l’applicabilità, ai fini del comporto, di altro termine contrattualmente previsto, alla cui stregua il periodo di interdizione dal licenziamento non sarebbe giunto a compimento alla data del’intimato recesso.

Per la cassazione di tale decisione ricorre il D.L., affidando l’impugnazione a tre motivi, cui resiste, con controricorso, la Società.

Il ricorrente ha poi presentato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, il ricorrente, nel denunciare la violazione e falsa applicazione dell’art. 345 c.p.c., imputa alla Corte territoriale, che, a fronte dell’eccezione sollevata dalla Società all’epoca appellata circa la novità della prospettazione del D.L. per cui il licenziamento intimatogli doveva ritenersi illegittimo in ragione della diversa disciplina sul comporto di malattia applicabile per effetto della maturazione di sei anni di anzianità, pur aveva ritenuto di dover affrontare nel merito la questione, di aver affermato essere insito in quella prospettazione un mutamento della causa petendi e di non essersi, quindi, esplicitamente pronunziata per il rigetto dell’eccezione medesima.

Con il secondo motivo il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c. e, così, il vizio di motivazione apparente, per essere questa, a suo dire, inficiata dall’omesso esame del documento dato dalla busta paga dell'(OMISSIS) attestante l’aver la Società ritenuto superata dal ricorrente l’anzianitàdi servizio pari a sei anni requisito per l’applicabilità del superiore periodo di comporto.

Con il terzo motivo, rubricato con riferimento alla violazione e falsa applicazione degli artt. 2087,2110 c.c. e art. 116 c.p.c., il ricorrente lamenta l’incongruità logica e giuridica del convincimento maturato dalla Corte territoriale per cui la non ravvisabilità, valutata alla stregua degli elementi istruttori acquisiti, ivi compresa la relazione medica del (OMISSIS), di un pregiudizio psicofisico subito dal ricorrente a seguito dei comportamenti mobizzanti di cui era stato effettivamente oggetto nell’ambiente di lavoro, non consentiva di ricondurre a colpa del datore lo stato di malattia in cui il ricorrente versava e che aveva determinato il superamento del comporto.

Venendo all’esame degli esposti motivi, va rilevata l’inammissibilità del primo motivo, posto che la Corte territoriale ha ritenuto ammissibile la prospettazione fondata su una diversa causa petendi e su quella base ha proceduto all’esame del merito della controversia.

Di contro, è a dirsi come il secondo motivo, inteso a censurare appunto la valutazione nel merito operata dalla Corte territoriale rispetto alla nuova causa petendi, si riveli infondato, atteso che, mentre il documento invocato risulta puntualmente esaminato, l’irrilevanza del dato da questo recato, ovvero il riconoscimento dello scatto di anzianità al compimento del terzo biennio di servizio comprensivo del periodo di aspettativa, ai fini della prova della rinuncia della Società a valersi in via definitiva della norma relativa a tale limitazione è adeguatamente sostenuta dai rilievi, qui non fatti oggetto di alcuna censura in ordine alla loro valenza logica e giuridica, quello per cui “il riconoscimento dell’anzianità a fini retributivi non implica necessariamente la rinuncia a far valere il blocco dell’anzianità ad altri fini” e quello inteso ad evidenziare la dichiarata e non implicita manifestazione di volontà del tutto opposta emergente dalla comunicazione della Società datrice di adesione alla richiesta di aspettativa avanzata dal ricorrente.

Inammissibile di contro si rivela il terzo motivo, risolvendosi le censure qui sollevate nella mera confutazione, senza alcun apporto di argomentazioni in replica, delle ragioni in base alle quali la Corte territoriale ha ritenuto, in termini tali da escludere il ricorso ad una CTU, che il ricorrente neppure deduce aver richiesto in via istruttoria, non adeguatamente provata, pur a fronte di un’accertata ostilità al ricorrente dell’ambiente di lavoro, la ricorrenza di un pregiudizio psicofisico etiologicamente legata a quella condizione lavorativa, ragioni che vanno oltre l’attribuzione soggettiva al ricorrente di capacità di reazione suscettibile di tenerlo indenne dai possibili contraccolpi e si radicano nell’esito oggettivo degli esami medici prodotti, attestanti un quadro non patologico per oltre quattro anni di lavoro (e si badi il ricorrente non dice che i comportamenti vessatori subiti abbiano avuto inizio in quel periodo) ed il legarsi alla percezione personale del ricorrente delle sintomatologie avvertite all’atto del rientro al lavoro dopo l’aspettativa.

Il ricorso va, dunque, rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità che liquida in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 5.250,00 per compensi, oltre spese generali al 15% ed altri accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 4 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 20 aprile 2021

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