Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10345 del 20/04/2021

Cassazione civile sez. III, 20/04/2021, (ud. 01/12/2020, dep. 20/04/2021), n.10345

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13349/2019 proposto da:

I.A.G., rappresentato e difeso dall’Avv. LEONARDO

WALTER IANNELLA, domiciliato in Roma presso la Cancelleria della

Corte di Cassazione;

– ricorrente –

contro

ALLIANZ SPA, in persona dei rappresentanti legali C.M. e

CI.MA., elettivamente domiciliata in Roma, VIA CRESCENZIO

17/a, presso lo studio dell’Avv. MICHELE CLEMENTE, che la

rappresenta e difende;

– controricorrente –

e contro

AZIENDA OSPEDALIERA – UNIVERSITARIA (OMISSIS), in persona del suo

legale rappresentante p.t. D.V., rappresentata e difesa

dall’Avv. ANNA MARIA VASCO;

– controricorrente –

e contro

AZIENDA OSPEDALIERA – UNIVERSITARIA (OMISSIS), in persona del suo

legale rappresentante p.t. D.V., rappresentata e difesa

dall’Avv. ANNA MARIA VASCO;

– controricorrente –

ASSICURATORI DEL LLOYD’S OF LONDON, in persona del rappresentante

legale p.t., A.N., elettivamente domiciliati in Roma

in via Regina Margherita n. 140, presso lo Studio dell’Avv. ANNA

MARIA FERRETTI, rappresentati e difesi dall’Avv. FABRIZIO RIGLIETTI;

– controricorrenti –

e nei confronti di:

T.A.;

– intimata –

e di

P.C., in proprio e quale genitore di

I.D.F.;

– intimata –

nonchè di

IL.AN.GI.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 1834/2018 della Corte d’Appello di Bari,

depositata il 29/10/2018.

Udita la relazione della causa svolta dal Consigliere Dott. MARILENA

GORGONI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

I.A.G. ricorre, articolando tre motivi, avverso la decisione della Corte d’Appello di Foggia n. 1834/2018.

Resistono l’Azienda Ospedaliero Universitaria (OMISSIS), Allianz S.p.A. e Assicuratori di Lloyd’s.

Allianz S.p.A. deposita memoria illustrativa.

Il ricorrente espone di essersi recato presso il Pronto soccorso dell’Ospedale di (OMISSIS), accusando dolori addominali e stipsi protrattasi per quattro giorni, di essere stato sottoposto a visita dal medico di guardia e dimesso con la prescrizione di un farmaco lassativo, di essersi due giorni dopo, il (OMISSIS), sottoposto a rx toracica, la quale aveva rivelato un’occlusione intestinale che aveva reso necessario il ricovero d’urgenza e la sottoposizione ad un intervento di colectomia totale, da cui erano derivati un periodo di inabilità temporanea assoluta, un danno biologico permanente, compreso quello psichico, non inferiore al 48% ed una riduzione della capacità lavorativa non inferiore al 50%; di avere convenuto in giudizio l’azienda ospedaliera e T.A.R., medico di guardia, perchè, previo accertamento delle loro responsabilità, fossero condannati al risarcimento del danno.

I convenuti chiedevano il rigetto della domanda attorea, ritenendola infondata

T.A. veniva autorizzata a chiamare in giudizio Lloyd’s of London e la Bernese Assicurazioni S.p.A., ora Allianz S.p.A., con cui aveva stipulato delle polizze di copertura della responsabilità professionale.

Interveniva volontariamente nel giudizio P.C., in proprio e quale esercente la responsabilità genitoriale nei confronti di I.F.D. e G.A..

Il Tribunale di Foggia, con sentenza n. 194/2015, respingeva la domanda attorea.

La Corte d’Appello di Bari, investita del gravame, in via principale, da I.G.A., e, in via incidentale, da P.C., nella qualità indicata, e da I.G.A., con la sentenza oggetto dell’odierno ricorso, accoglieva il terzo motivo dell’appello principale, rigettava l’appello incidentale, confermava nel resto la decisione impugnata; di conseguenza, disponeva la compensazione delle spese processuali del giudizio di primo grado tra l’appellante e l’Azienda Ospedaliero -Universitaria (OMISSIS), T.A., Lloyds of London e Allianz S.p.A., con esclusione delle spese di CTU, poste a carico di I.G.A., data la controvertibilità delle questioni dibattute; dichiarava la compensazione delle spese processuali di secondo grado tra tutte le parti costituite.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione delle disposizioni di cui agli artt. 1218 e 2697 c.c., nonchè degli artt. 115 e 116 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la Corte d’Appello erroneamente ritenuto che non fossero state prospettate qualificate inadempienze a carico del medico del pronto soccorso e della struttura ospedaliera, essendo emersi elementi tali da far propendere per la correttezza dell’operato dei convenuti, e che non fosse stato dimostrato il nesso di causalità fra l’asserita omissione di T.A., quanto all’esecuzione di esami strumentali diagnostici, il trattenimento del paziente in osservazione, e il danno lamentato, consistente nell’asportazione totale del colon.

La tesi prospettata è che la Corte territoriale abbia erroneamente applicato la distribuzione dell’onere della prova invocabille in ordine alla responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e a quella da contatto sociale del medico dipendente, giacchè, secondo Cass. 11/01/2008, n. 577, il paziente era tenuto a dimostrare il contratto o il contatto sociale e l’aggravamento della patologia o l’insorgenza di una affezione e ad allegare l’inadempimento del debitore astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, spettando al debitore dimostrare che l’inadempimento non vi era stato o che esso era stato eziologicamente non rilevante. La Corte d’Appello avrebbe, invece, preteso dal paziente la dimostrazione che il medico non si fosse attenuto alle Linee guida dettate dal Ministero della Salute o comunque che quelle adottate dal nosocomio di Foggia prevedessero per il trattamento del dolore addominale acuto l’esame rx dell’addome, l’ecografia e la Tac addominale e il trattenimento del paziente in osservazione, ed avrebbe altresì richiesto al danneggiato, tenuto solo a provare il nesso di causalità materiale tra l’aggravamento della propria situazione patologica e l’inadempimento dei sanitari – onere che l’odierno ricorrente ritiene di avere assolto, dimostrando che la condotta alternativa omessa avrebbe scongiurato quasi certamente l’evento dannoso o avrebbe fatto sì che non avesse le stesse conseguenze – la dimostrazione di una causa imprevedibile ed inevitabile che avesse reso impossibile l’esecuzione della prestazione.

Le questioni dirimenti sono due, tra di loro intimamente collegate: gli oneri probatori gravanti a carico di chi invochi l’inadempimento di una prestazione professionale e le modalità attraverso cui soddisfare l’onere di provare il nesso di causalità nel caso in cui venga rimproverata al debitore della prestazione una condotta omissiva.

Sulla prima questione questa Corte ha chiarito che l’art. 1218 c.c., solleva il creditore dell’obbligazione che si afferma non adempiuta (o non esattamente adempiuta) dall’onere di provare la colpa del debitore, ma non anche da quello di provare il nesso di causa tra la condotta del debitore e il danno di cui domanda il risarcimento. Ha poi precisato che – sebbene nesso di causa ed imputazione della responsabilità non siano teoricamente coincidenti, perchè un conto è collegare la condotta all’evento di danno (causalità materiale) e l’evento di danno alle conseguenze pregiudizievoli (causalità giuridica), altro conto è il criterio di valore che collega un effetto giuridico ad una determinata condotta, rappresentato, nel campo della responsabilità per inadempimento di un’obbligazione, dall’inadempimento – nel caso di responsabilità di cui all’art. 1218 c.c., l’inadempimento si sostanzia nel mancato soddisfacimento dell’interesse dedotto in obbligazione, sicchè il giudizio di causalità materiale non è distinguibile praticamente da quello relativo all’inadempimento; pertanto, come riconosciuto dal ricorrente, la causalità è non soltanto criterio di collegamento tra condotta ed evento, ma anche criterio di imputazione della responsabilità. Il che comporta che, a carico del creditore della prestazione, grava solo l’onere di provare la causalità giuridica, mentre l’inadempimento, che assorbe la causalità materiale, deve essere solo allegato. Nondimeno – ed è questo che è sfuggito al ricorrente – nelle prestazioni professionali, ove l’interesse dedotto in obbligazione assume carattere strumentale rispetto all’interesse del creditore – la prestazione richiesta è quella dell’osservanza delle leges artis cui è strumentale il raggiungimento della cura del paziente – causalità ed imputazione tornano a distinguersi. L’inadempimento è rappresentato dalla violazione delle leges artis, ma questo non significa poter automaticamente affermare che vi sia stata lesione dell’interesse presupposto; quest’ultimo potrebbe restare insoddisfatto per cause autonome rispetto all’inadempimento della prestazione professionale. Il che significa che al creditore non basterà affatto allegare l’inadempimento della prestazione professionale, ma occorrerà anche che egli provi che l’inadempimento, cioè la condotta negligente, abbia provocato la lesione della salute, l’interesse presupposto. Ecco allora che, ove si deduca in giudizio l’aggravamento della propria situazione patologica o l’insorgenza di nuove patologie, la causalità materiale non è soltanto causa di esonero da responsabilità del debitore, ma anche elemento costitutivo della fattispecie di responsabilità. Al creditore basterà allegare l’inadempimento della prestazione professionale, ma egli sarà tenuto a dimostrare il nesso di causalità materiale tra l’aggravamento della propria condizione patologica o l’insorgenza di nuove patologie, oltre al nesso di causalità giuridica. Soltanto a questo punto sorgeranno gli oneri probatori a carico del debitore, chiamato a fornire la dimostrazione di avere adempiuto o che l’inadempimento non gli è imputabile (Cass. 11/11/2019, n. 28991). Tale conclusione non si pone in contrasto con quanto affermato dalle sezioni unite di questa Corte (Cass., Sez. Un., 11/1/2008, n. 577), secondo cui “in tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e di responsabilità professionale da contatto sociale del medico, ai fini del riparto dell’onere probatorio, l’attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia ed allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante”. Questo principio venne infatti affermato a fronte di una situazione in cui l’inadempimento qualificato, allegato dall’attore (costituito, nel caso di specie, da un’emotrasfusione) era tale da comportare di per sè, in assenza di fattori alternativi “più probabili” la presunzione della derivazione del contagio dalla condotta. La prova della prestazione sanitaria conteneva già, in questa chiave di analisi, quella del nesso causale, sicchè non poteva che spettare al convenuto l’onere di fornire una prova idonea a superare tale presunzione, secondo il criterio generale di cui all’art. 2697 c.c., comma 2 e non la prova liberatoria richiesta dall’art. 1218 c.c..

Ebbene, nella vicenda per cui è causa, il ricorrente, creditore della prestazione professionale, ha allegato, come egli stesso riconosce, l’inadempimento in termini di aggravamento delle proprie condizioni di salute, ma non ha dimostrato che tale inadempimento fosse causalmente riconducibile alla condotta sanitaria: cioè non ha raggiunto la dimostrazione che la violazione delle leges artis avesse provocato l’evento di danno lamentato.

A questo riguardo, viene in considerazione l’ulteriore profilo consistente nelle modalità di assolvimento dell’onere della prova che l’evento di danno lamentato sia stato cagionato dalla condotta omissiva rimproverata al professionista ed individuata quale causa del danno. Come è pacificamente insegnato da questa Corte, in tale eventualità, ci si avvale del c.d.. giudizio controfattuale, il quale implica che, con un giudizio ex ante, si accerti se fosse esigibile una condotta alternativa da parte dell’agente e che si esamini con criteri ex post, volti ad accertare la ricorrenza del nesso di causalità materiale, l’efficacia impeditiva di tale condotta sul nesso di condizionamento.

In altri termini, il giudizio controfattuale richiede di accertare con un giudizio ex post se esisteva una condotta diversa, attiva od omissiva ed osservante delle pertinenti regole cautelari (le linee guida invocate dal ricorrente), che avrebbe evitato o ritardato il prodursi dell’evento o che ne avrebbe attenuato i riflessi pregiudizievoli.

Ribadito che l’accertamento del nesso di causalità si fonda sulla teoria della condicio sine qua non (temperata dalla teoria della causalità adeguata e da quella dello scopo della norma violata), per cui occorre individuare quell’antecedente la cui eliminazione mentale, mediante un ragionamento controfattuale, determinerebbe il venire meno dell’evento lesivo o dannoso oggetto del giudizio o anche soltanto una significativa attenuazione dei suoi effetti o ancora la sua significativa posticipazione, nella fattispecie della condotta dannosa per omissione è necessario ipotizzare un decorso causale alternativo – quello che sul piano del fatto non si è verificato – messo in moto dalla condotta omessa, così da verificare quali conseguenze sarebbero discese dall’azione che l’autore dell’omissione era tenuto a porre in essere. Se, nonostante l’adozione della condotta dovuta ma omessa, l’effetto sarebbe stato comunque sostanzialmente coincidente con l’evento che si assume lesivo o dannoso, risulterebbe smentita la rilevanza dell’omissione come condizione necessaria di tale accadimento, che sarebbe, dunque, non imputabile all’autore dell’omissione, perchè evidentemente trovante la propria genesi in altri fattori causali. Se, invece, il ragionamento controfattuale portasse a ritenere che l’adozione della condotta dovuta e omessa avrebbe impedito l’occorrere dell’evento lesivo o dannoso oppure ne avrebbe contenuto la portata, minimizzato o posticipato in misura non irrisoria gli effetti, il giudice non potrebbe che ricavarne la conclusione che proprio l’omissione sia stata la condizione necessaria dell’evento.

Tanto chiarito, anche sotto questo profilo, la prospettazione del ricorrente dimostra di non avere colto l’essenza del problema: la Corte d’Appello, infatti, sulla scorta della espletata CTU, è giunta alla conclusione che la sostituzione della condotta asseritamente doverosa a quella tenuta in concreto al fine di verificare se la relazione tra condotta ed evento di danno sarebbe rimasta inalterata ha dato esito positivo: ha, infatti, ritenuto che comunque il paziente avrebbe dovuto essere sottoposto, a distanza di circa tre mesi dall’intervento di colectomia parziale, alla ricostruzione dell’ano artificiale, che la differenza tra l’intervento cui era stato sottoposto, quello di asportazione totale del colon, rispetto a quello che sarebbe stato verosimilmente eseguito, ove il medico lo avesse sottoposto agli esami diagnostici asseritamente omessi o lo avesse tenuto in osservazione, sarebbe consistita nella asportazione di una minor parte del colon, che avrebbe comportato per alcuni mesi un maggior assorbimento dell’acqua: quindi differenze evidentemente reputate non significative sulla sua condizione patologica derivanti dalla mancata assunzione di un eventuale aliud agere.

Va altresì rilevato che la Corte d’Appello, nonostante la mancata prova da parte del ricorrente del nesso di causalità materiale, ha finanche negato la ricorrenza dell’inadempimento, cioè il discostamento del comportamento tenuto dal medico del pronto soccorso rispetto a quello imposto dalle leges artis, facendo leva su una serie di circostanze oggetto di puntuale accertamento: il paziente era giunto al pronto soccorso con la propria auto, gli infermieri del pronto soccorso gli avevano attribuito un codice verde, perchè lamentava stipsi persistente da quattro giorni, ma non aveva dolori lancinanti e non aveva riferito di avere assunto un potente antidolorifico, non vomitava, aveva una regolare peristalsi, aveva l’alvo libero da gas e aperto. Dette circostanze, che sono state oggetto di un accertamento con esiti conformi da parte di due giudici di merito, hanno indotto la Corte d’Appello, oltre che ad escludere che il medico del pronto soccorso non avesse, per sua negligenza professionale, adottato la condotta che le regole cautelari specifiche imponevano nel caso di specie, a negare anche la ricorrenza di un’errata diagnosi e ad accertare che la prescrizione dello sciroppo lassativo non aveva avuto alcuna incidenza sull’aggravamento della condizione patologica del ricorrente.

Se ne deve concludere che la Corte d’Appello non è affatto incorsa nella violazione dell’art. 2697 c.c., in combinato disposto con l’art. 1218 c.c., come le imputa il ricorrente.

2. Con il secondo motivo il ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 112 e 196 c.p.c. – omessa pronuncia in ordine alla richiesta di rinnovazione della CTU in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per non avere il giudice a quo motivato sulle ragioni di rigetto della relativa istanza.

Il motivo è inammissibile.

Secondo l’insegnamento di questa Corte, infatti, il giudice di merito non è tenuto neppure a motivare la decisione, rientrante nell’esercizio delle sue facoltà, di non ammettere la richiesta di rinnovazione della CTU, purchè in motivazione emerga la possibilità da parte del giudice di rispondere alle censure tecnico – valutative mosse dall’appellante alle valutazioni di ugual natura contenute nella sentenza impugnata, attraverso la CTU già espletata e la documentazione sanitaria in atti.

3. Con il terzo motivo il ricorrente censura l’omesso esame delle circostanze di fatto di cui alle plurime rilevanti critiche di carattere scientifico in ordine alla valutazione della condotta dei sanitari come riportata dal CTU deficit di motivazione in ordine a più fatti decisivi oggetto di discussione tra le parti in violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per essersi la Corte territoriale limitata a ribadire le argomentazioni del CTU senza far cenno alle critiche ad essa mossa dal consulente di parte.

Il motivo è inammissibile.

Anche a non considerare che il ricorrente è incorso nella preclusione processuale di cui all’art. 348 ter c.p.c., u.c., deducendo la violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in presenza di una doppia decisione conforme sulle stesse questioni di fatto, va rilevato che egli omette di considerare che la Corte d’Appello non si è limitata ad una acritica adesione alla CTU, come le viene rimproverato, ma ha adeguatamente dato atto delle censure mosse dai consulenti di parte al CTU e di come questi le avesse puntualmente confutate.

4. In definitiva, il ricorso è inammissibile.

4. Le spese sono compensate tra tutte le parti, come già era avvenuto nel giudizio d’appello, non essendo emerse ragioni per assumere una statuizione diversa.

5. Si dà atto della ricorrenza dei presupposti processuali per porre a carico del ricorrente l’obbligo di pagamento del doppio del contributo unificato, ove dovuto.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; compensa le spese tra il ricorrente ed i controricorrenti.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 1 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 20 aprile 2021

 

 

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