Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10292 del 29/04/2010

Cassazione civile sez. I, 29/04/2010, (ud. 25/02/2010, dep. 29/04/2010), n.10292

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VITTORIA Paolo – Presidente –

Dott. CECCHERINI Aldo – Consigliere –

Dott. FORTE Fabrizio – rel. Consigliere –

Dott. RAGONESI Vittorio – Consigliere –

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso iscritto al n. 2604 del Ruolo Generale degli affari

civili dell’anno 2005, proposto da:

COMUNE DI ROMA, in persona del sindaco p.t., autorizzato al ricorso

con determinazione n. 7 del 4 gennaio 2005 ed elettivamente

domiciliato in Roma, negli uffici dell’ Avvocatura comunale, alla Via

del Tempio di Giove n. 11, rappresentato e difeso dall’avv. Frigenti

Guglielmo, per procura a margine del ricorso.

– ricorrente –

contro

F.M. e F.A., elettivamente domiciliate in

Roma alla Via C. Monteverdi n. 20, presso l’avv. Lais Giulio, che le

rappresenta e difende, per procura a margine del controricorso.

– controricorrenti –

avverso la sentenza della Corte di appello di Roma, 1^ sez. civile,

n. 3102 del 5 maggio – 5 luglio 2004.

Udita, all’udienza del 25 febbraio 2010, la relazione del Cons. Dr.

Fabrizio Forte.

Udito l’avv. G. Lais, per le controricorrenti, e il P.M. Dr. GOLIA

Aurelio, il quale ha concluso per l’accoglimento del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte d’appello di Roma ha pronunciato la sentenza di cui in epigrafe con la quale, sull’opposizione alla stima di M. e F.A., proposta con atto di citazione notificato il 13 ottobre 2000 al Comune di Roma, in cui favore erano stati espropriati dal Presidente della giunta regionale del Lazio con decreto del 22 dicembre 1997, per destinarli alla costruzione delle Vie (OMISSIS), di (OMISSIS) e della Vedova in Roma, terreni e fabbricati in comproprietà delle attrici, ha determinato, per tali immobili, le indennità di espropriazione e di occupazione, “quest’ultima richiesta soltanto in sede di precisazione delle conclusioni senza che l’amministrazione convenuta abbia rifiutato il contraddittorio se non tardivamente, in sede di comparsa conclusionale” (così testualmente, alla pag. 3 della sentenza).

Ritenuta, per quanto rileva in questa sede, tempestiva la opposizione di cui l’ente locale aveva eccepito la tardività, per essere sospeso nel periodo feriale il termine di decadenza di cui all’art. 19 delle L. n. 865 del 1971, la Corte d’appello ha determinato il dovuto alle attrici, per i fabbricati, con aree di sedime e corti e le superfici espropriate, ai sensi della L. n. 2359 del 1865, art. 39, fissando l’indennità di espropriazione in Euro 30.000,00, per gli immobili costituiti da area scoperta di mq. 160 e manufatto in Catasto a F. (OMISSIS), P.le (OMISSIS) sub (OMISSIS), riducendo il valore determinato per tali beni dal c.t.u. per la natura abusiva delle costruzioni esistenti, ed in Euro 35.000,00, con la stessa riduzione che precede, per i fabbricati con annesse aree di mq. (OMISSIS) in Catasto a F. (OMISSIS), P.le (OMISSIS) sub (OMISSIS) e (OMISSIS).

Infine, per un terzo cespite costituito dall’area di risulta di costruzioni ormai demolite (F. (OMISSIS), P.le (OMISSIS)) è stato applicato la L. n. 359 del 1992, art. 5 bis e l’indennità era fissata, in base ai criteri di cui a tale norma, in Euro 1270,48.

Complessivamente, l’indennità di espropriazione si è fissata in Euro 66.270,48 e quella di occupazione determinata negli interessi legali su tale somma per ciascun anno in cui gli immobili erano stati occupati, dal 29 dicembre 1992 al 22 dicembre 1997; di tali somme è stato ordinato il deposito, previa detrazione di quanto versato presso la competente Cassa Depositi e prestiti, a cura del Comune di Roma a cui carico erano poste anche le spese del grado.

Per la cassazione di tale sentenza pubblicata il 5 luglio 2004 ha proposto ricorso di tre motivi il Comune di Roma con atto notificato il 26 gennaio 2005 cui hanno replicato con controricorso notificato il 17 febbraio 2005 M. e F.A..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.1. Il primo motivo di ricorso censura la sentenza di merito per violazione degli art. 24 Cost., comma 2, artt. 112 e 183 c.p.c., comma 5, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1″, n. 3, per avere la Corte d’appello accolto la domanda delle opponenti di determinazione dell’indennità di occupazione legittima presentata solo in sede di conclusioni, dopo che nell’atto introduttivo era stato chiesto solo di liquidare l’indennità d’espropriazione, così decidendo su domanda nuova proposta oltre i termini e limiti di legge.

La domanda relativa all’indennità d’occupazione costituisce mutatio libelli preclusa nella fattispecie e quindi la Corte di merito avrebbe dovuto dichiararla inammissibile, dopo avere essa stessa rilevato che tale domanda era stata prospettata solo con la precisazione delle conclusioni. Si è così violato il diritto di difesa del Comune di Roma ai sensi dell’art. 24 Cost., essendo stata la domanda proposta oltre l’udienza di cui all’art. 183 c.p.c., per cui la sentenza deve ritenersi avere pronunciato ultra petita e in violazione dell’art. 112 c.p.c.. La disapplicazione del principio che vieta la mutatio libelli ha leso il contraddittorio e dato luogo a statuizioni da cassare in ordine alla liquidazione dell’indennità di occupazione in favore delle F..

1.2. Si lamenta, in secondo luogo, la violazione della L. 22 ottobre 1971, n. 65, art. 20 e dell’art. 2969 c.c. per l’omesso rilievo dalla Corte di merito del decorso del termine di decadenza per la presentazione della domanda di indennità di occupazione legittima.

La L. n. 865 del 1971, art. 20, comma 4, fissa il termine perentorio di trenta giorni dalla comunicazione dell’indennità determinata dalla Commissione espropri a cura del sindaco per la proposizione dell’opposizione. Nel caso, la domanda di liquidazione dell’indennità di occupazione risulta prospettata all’udienza di conclusioni, cioè in data 2 febbraio 2004, ben oltre il termine di legge e, ai sensi dell’art. 2969 c.c., tale decadenza doveva rilevarsi d’ufficio dal giudice adito.

1.3. Si denunciano inoltre, con il terzo motivo di ricorso, le carenze anche motivazionali della decisione di merito, per non avere dato rilievo a deduzioni e rilievi della consulenza tecnica del Comune e alle difese successive di questo in ordine alla misura delle superfici occupate, che sarebbe minore di quelle indicate nella pronuncia, e rispetto al reale valore venale degli immobili, in rapporto a quello risultante dal listino ufficiale della borsa immobiliare di Roma.

La Corte di merito ha ritenuto ininfluenti gli errori di calcolo del c.t.u. sulle misure delle aree che il ricorrente precisa nella impugnazione; infatti, in rapporto alla superficie di cui al F. (OMISSIS), P.le (OMISSIS) sub (OMISSIS), che il c.t.u. afferma essere di mq. 130 (mq. 190 – mq. 60 di fabbricato) in realtà essa è di mq.

85 (mq. 145 – mq. 60), ed è chiaro quindi l’errato computo di essa.

In rapporto all’area di risulta di fabbricati demoliti al (OMISSIS), la stessa, secondo il c.t.u. è di mq. 42, come conferma anche il verbale di immissione in possesso ed è stata erroneamente aumentata a mq. 82 nella sentenza oggetto di ricorso; da tali errati computi delle superfici occupate derivano differenze a favore delle controparti che hanno ricevuto L. 720.000 in più di quanto loro spettava.

In ordine al valore venale degli immobili per cui è causa, la sentenza afferma che esso si è ricavato da attente indagini di mercato, essendosi considerato anche lo stato fatiscente e di degrado degli immobili stessi.

Neppure si è rilevato che dal listino ufficiale della borsa immobiliare di Roma, all’epoca il valore degli immobili nella stessa zona e del tipo in questione, era di L. 1.900.000 a mq., dovendosi pervenire di conseguenza ad un valore di L. 1.500.000 a mq. e considerarsi la incidenza sullo stesso della mancanza di concessione edilizia per tali fabbricati abusivi, che indurrebbe ad una ulteriore riduzione dei prezzi di mercato stabiliti invece nel merito nella maggior somma di L. 2.700.000 a mq.

Manca un’adeguata motivazione a sostegno del prezzo di mercato dei beni espropriati riconosciuto in sentenza, anche per non avere questa replicato alle censure mosse dai consulenti di parte alle indicazioni date dal c.t.u. cui ha aderito sostanzialmente la sentenza impugnata.

1.4. Le controricorrenti affermano, in rapporto al primo motivo di ricorso, che la liquidazione della indennità d’occupazione è accessoria a quella di espropriazione e può quindi essere chiesta unitamente a quest’ultima, non essendovi un autonomo termine di decadenza, con conseguente necessità di rigettare il primo e secondo motivo di ricorso; esse hanno poi negato gli errori denunciati con le censure sulle misure delle aree espropriate e sul valore venale dei beni, da ritenere incongrue e inammissibili, per cui chiedono il rigetto dell’intera impugnazione.

2. I primi due motivi di ricorso devono essere esaminati insieme, attenendo entrambi alla domanda di liquidazione dell’indennità di occupazione che, per il ricorrente, sarebbe stata inammissibile, perchè proposta tardivamente nel processo all’udienza di conclusioni e comunque per essere le F. decadute dal diritto di agire, per essere decorsi i termini per la proposizione dell’opposizione alla stima dell’indennità d’occupazione della L. n. 865 del 1971.

Il primo motivo di ricorso è certamente fondato, avendo questa Corte più volte affermato la piena autonomia delle due indennità, di espropriazione e di occupazione legittima, che impone di affermare la diversità e autonomia delle due distinte domande e di dichiarare preclusa la opposizione alla stima dell’indennità d’occupazione, che si è prospettata incontestatamente con le conclusioni rese in una causa che aveva ad oggetto originario la sola determinazione della indennità di espropriazione (in tal senso cfr., tra altre, con Cass. 6 luglio 1999 n. 6960 citata in ricorso, Cass. 3 ottobre 2000 n. 13076 e Cass. 11 ottobre 2000 n. 13076).

La diversità di causa petendi delle due domande, costituite l’una dalla ablazione del bene espropriato e l’altra dalla privazione del godimento di quello occupato e la certa possibilità della mancanza di una delle due vicende nell’ambito del procedimento ablatorio, prevista come regola dal D.P.R. n. 327 del 2001 che solo nell’art. 21 bis introdotto nel 2002, consente l’occupazione preordinata all’esproprio per l’urgente inizio dei lavori, confermano la corretta distinzione tra le domande indicate e la conseguente tardività della opposizione alla stima dell’indennità di occupazione, proposta la prima volta all’udienza di precisazione delle conclusioni.

La preclusione che precede della opposizione assorbe ogni questione di tardività della stessa domanda per violazione dei termini di cui alla L. n. 865 del 1971, art. 20 (su cui, cfr. Cass. 10 maggio 2007 n. 10708).

3. In ordine al terzo motivo, il ricorso del Comune di Roma è inammissibile, non potendo questa Corte procedere al suo esame:

invero il presupposto logico e di fatto da cui parte la sentenza impugnata è che “non sembra che i fatti di causa siano controversi” e tra essi v’è l'”identificazione” e “specificazione dei beni immobili oggetto della domanda”, con la misura delle superfici scoperte o corti in essi esistenti, elencati alle pagg. 4 e 5 della sentenza di merito, con le lettere a, b e c. Tali misure, secondo il ricorrente Comune di Roma, contrasterebbero con quelle di cui agli stati di consistenza, fatte proprie dai giudici di merito sulla base della relazione del c.t.u., cui la decisione di merito aderisce; si tratta allora o di errori di fatto che possono emergere dagli atti di causa, costituendo errori non deducibili con il ricorso per cassazione (Cass. 30 giugno 2009 n. 15227, 3 agosto 2007 n. 17057 e 16 maggio 2006 n. 11373) ma solo con l’impugnazione per revocazione.

Comunque le censure dell’espropriante potrebbero dedurre solo errate percezioni della relazione del c.t.u., in rapporto alla misure delle aree cortilizie delle costruzioni ablate e di quelle di risulta dei fabbricati demoliti in L.go (OMISSIS) che, a pag. 5 della pronuncia impugnata, è di mq. 42 e viene liquidata come se fosse di mq. 82, sempre in conformità a quanto accertato dal c.t.u..

Peraltro in rapporto agli immobili espropriati costituiti da costruzioni e aree annesse il criterio di determinazione dell’indennità rapportato al valore di mercato dei cespiti immobiliari unitariamente considerati, rende irrilevanti le censure sulle misure delle superfici scoperte, come già affermato dai giudici di merito, che hanno liquidato l’indennità sul valore di mercato di tali immobili.

In rapporto invece alla cd. area di risulta nella quale non vi erano fabbricati da espropriare, gli errori dedotti, relativi alla misura delle aree libere espropriate, sono comunque di fatto e revocatori e come tali non denunciabili con il ricorso per cassazione.

Inoltre non può non rilevarsi che il motivo di ricorso non è autosufficiente, non analizzando neppure le singole voci liquidate della indennità in favore delle appellate e censurando solo i risultati finali del computo, senza neppure tenere distinta, come avviene nella sentenza, le aree annesse ai fabbricati da quelle libere da valutare isolatamente, per giungere alla liquidazione delle prime unite ai manufatti, ai sensi della L. n. 2359 del 1865, art. 39, in base al loro valore venale complessivo e senza considerare per l’area libera il previgente criterio, di cui alla L. n. 359 del 1992, art. 5 bis, che comporta comunque il dimediamento del valore di mercato. La prospettazione dello stesso ricorso pertanto impedisce anche una concreta eventuale correzione della complessiva indennità come riconosciuta in sede di merito e di per sè rende inammissibile per tale profilo l’impugnazione, anche a non rilevare la incertezza sull’interesse del Comune a impugnare la liquidazione della indennità di espropriazione almeno per la particella inedificata, dovendosi ormai determinare l’indennità nell’intero valore venale di tali superfici, somma che potrebbe essere superiore a quella in concreto liquidata prima della sentenza della C. Cost. 27 ottobre 2007 n. 348,, che impone di fissare nel valore venale delle aree edificabili ablate l’indennità relativa, per cui anche per il modo in cui è formulato, l’esame del terzo motivo di ricorso deve ritenersi precluso alla Corte.

3. In conclusione il primo motivo di ricorso deve essere accolto con assorbimento del secondo e, in relazione a tale accoglimento la sentenza impugnata deve essere cassata senza rinvio ai sensi dell’art. 382 c.p.c., essendo improponibile la opposizione alla stima dell’indennità di occupazione legittima all’udienza di conclusioni di una causa in cui nulla era stato chiesto per detto titolo, con conseguente venir meno anche della accessoria liquidazione delle spese ad opera della Corte d’appello.

Il terzo motivo di ricorso relativo alla misura della indennità di espropriazione, deve invece dichiararsi inammissibile e, quindi, in ordine alla opposizione alla indennità di espropriazione, la determinazione di essa decisa nel merito deve ritenersi corretta in Euro 66.270,48, oltre agli interessi di legge dalla data del decreto di esproprio del 22 dicembre 1997 al deposito di tali somme presso la Cassa Depositi e prestiti, previa detrazione di quanto già depositate, non potendosi cassare le relative statuizioni di merito.

In rapporto al parziale accoglimento nel merito della opposizione alla stima relativa alla misura della sola indennità di espropriazione e alla inammissibilità della domanda relativa alla liquidazione dell’indennità di occupazione, le spese del grado di merito della causa dovranno compensarsi per un terzo, ponendosi nel resto a carico dell’espropriante ente locale, nella misura ridotta di due terzi che si liquida in dispositivo.

In rapporto al solo parziale accoglimento del ricorso per cassazione, cui è conseguita la inammissibilità dell’azione di determinazione dell’indennità d’occupazione legittima e il riconoscimento della corretta determinazione di quella di espropriazione, per la sola parziale soccombenza delle F. su tale punto dell’impugnazione, appare giusto in via di eccezione compensare interamente tra le parti le spese del presente giudizio di legittimità.

PQM

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, dichiara assorbito il secondo e inammissibile il terzo; cassa la sentenza impugnata senza rinvio quanto alla domanda di liquidazione della indennità di occupazione e alle disposizioni accessorie sulle spese, ferme restando le statuizioni relative alla opposizione all’indennità di espropriazione.

Condanna il Comune di Roma, in persona del sindaco p.t., a pagare in solido, a M. e F.A., i due terzi delle spese del giudizio di merito, che compensa nel resto tra le parti e liquida, per tale ridotta misura, in Euro 2.500,00 (duemilacinquecento/00), di cui Euro 1.750,00 (millesettecentocinquanta/00) per onorari, Euro 650,00 (seicentocinquanta/00) per diritti, oltre alle spese generali e accessorie come per legge. Compensa interamente tra le parti le spese del presente giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 25 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 29 aprile 2010

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