Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10222 del 19/04/2021

Cassazione civile sez. I, 19/04/2021, (ud. 15/01/2021, dep. 19/04/2021), n.10222

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. MELONI Marina – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – rel. Consigliere –

Dott. SOLAINI Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 29646/2018 r.g. proposto da:

A.N.Y., (cod. fisc. (OMISSIS)), rappresentato e difeso,

giusta procura speciale apposta in calce al ricorso, dall’Avvocato

Carla Pennetta, con cui elettivamente domicilia in Roma, Via

Circonvallazione Clodia n. 88, presso lo studio dell’Avvocato

Giovanni Arilli.

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, (cod. fisc. (OMISSIS)), in persona del legale

rappresentante pro tempore il Ministro.

– resistente –

avverso il decreto del Tribunale di Perugia, depositato in data

23.8.2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

15/1/2021 dal Consigliere Dott. Roberto Amatore.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. Con il decreto impugnato il Tribunale di Perugia ha respinto la domanda di protezione umanitaria avanzata da A.N.Y., cittadino del (OMISSIS), dopo il diniego di tutela da parte della locale commissione territoriale, confermando, pertanto, il provvedimento reso in sede amministrativa.

Il tribunale ha ricordato, in primo luogo, la vicenda personale del richiedente asilo, secondo quanto riferito da quest’ultimo; egli ha infatti narrato: i) di essere nato e vissuto ad (OMISSIS) ove lavorava in un negozio di ferramenta; ii) di essere stato costretto a fuggire dal suo paese, perchè temeva le indagini della polizia per la ricettazione di un telefono che aveva acquistato incautamente da un conoscente accusato della rapina e del ferimento di un uomo al quale era stato sottratto il telefono cellulare oggetto del predetto acquisto; iii) di temere inoltre, in caso di rimpatrio, la ritorsione dei membri del partito di (OMISSIS), esponenti del partito (OMISSIS).

Il tribunale ha ritenuto – sulla base dell’iniziale precisazione che il ricorso del richiedente riguardava solo l’impugnativa del diniego della richiesta protezione umanitaria – che la mera allegazione del profilo dell’integrazione sociale in Italia non poteva considerarsi presupposto di per sè sufficiente per il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari, nulla avendo dedotto il ricorrente sulla situazione del paese di provenienza e nulla avendo allegato in ordine alla vicenda raccontata (in relazione alla quale non era stato neanche precisato se fosse stata sporta una denuncia nei confronti del richiedente); ha inoltre precisato che non era stata neanche dimostrata una condizione di soggettiva vulnerabilità ovvero una condizione di seria integrazione nel contesto sociale italiano da parte del ricorrente.

2. Il decreto, pubblicato il 23.8.2018, è stato impugnato da A.N.Y. con ricorso per cassazione, affidato a sei motivi.

L’amministrazione intimata non ha svolto difese.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con il primo motivo il ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, omesso esame di fatti decisivi, in ordine alla mancata statuizione sulle richieste di protezione internazionale, avendo il tribunale limitato l’esame alla sola domanda di protezione umanitaria.

2. Con il secondo mezzo si deduce, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione della direttiva 2013/32 UE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 26.6.2013, con particolare riferimento agli artt. 12, 14 e 31 letti in combinato disposto dell’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, per la mancata audizione giudiziale del richiedente.

3. Con il terzo mezzo si articola, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione della Convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951, del Protocollo relativo allo statuto dei rifugiati adottato a New York il 31 gennaio 1967 e della direttiva n. 2004/83/CE del Consiglio del 29 aprile 2004, per non aver il tribunale azionato i poteri di integrazione officiosa delle prove allegate dal ricorrente.

4. Con il quarto e quinto motivo, congiuntamente articolati, si censura il provvedimento impugnato, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per omesso esame di fatti decisivi in relazione al diniego della richiesta protezione umanitaria.

5. Il sesto mezzo denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione dell’art. 10 Cost..

6. Il ricorso è infondato.

6.1 Il primo motivo è inammissibile.

6.1.1 La censura prospettata dal ricorrente trascura, in realtà, la ratio decidendi della motivazione impugnata che fonda la mancata statuizione in ordine alle qui di nuovo invocate protezioni internazionali sulla base del rilievo, non contestato neanche dallo stesso richiedente, che il ricorso introduttivo del giudizio di merito avesse concentrato le sue richieste sul solo profilo del diniego dell’invocata protezione umanitaria, rinunciando dunque alle domande volte al riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria.

Ebbene, tale statuizione non è stata espressamente censurata dal ricorrente, avendo quest’ultimo invece ritenuto che le situazioni giuridiche soggettive sottese alla richiesta di protezione internazionale, e cioè lo status di rifugiato, la protezione sussidiaria e da ultimo la protezione umanitaria, rappresentino la tripartizione del più generale diritto di asilo costituzionale, con la conseguenza che il giudice del merito dovrebbe in realtà statuire sulle tre domande anche in assenza di specifiche allegazioni del richiedente asilo.

6.1.2 Tale ultima affermazione non è in realtà condivisibile.

Occorre ricordare, sul punto qui da ultimo in esame e sulla base della giurisprudenza espressa da questa Corte, che la domanda diretta ad ottenere il riconoscimento della protezione internazionale non si sottrae all’applicazione del principio dispositivo, sicchè il ricorrente ha l’onere di indicare i fatti costitutivi del diritto azionato, pena l’impossibilità per il giudice di introdurli d’ufficio nel giudizio (cfr. Sez. 6-1, Ordinanza n. 27336 del 29/10/2018; n. 19197 del 2015; v. anche Sez. 1, Sentenza n. 3016 del 31/01/2019, secondo cui verbatim “In tema di protezione internazionale, l’attenuazione del principio dispositivo derivante dalla “cooperazione istruttoria”, cui il giudice del merito è tenuto, non riguarda il versante dell’allegazione, che anzi deve essere adeguatamente circostanziata, ma la prova, con la conseguenza che l’osservanza degli oneri di allegazione si ripercuote sulla verifica della fondatezza della domanda”).

6.2 Il secondo motivo è, in parte, infondato e, per altra parte, inammissibile.

6.2.1 Sotto il primo profilo ed in relazione alla questione dell’audizione del richiedente, giova ricordare che, secondo un orientamento espresso recentemente da questa Corte (cui anche questo Collegio intende fornire continuità applicativa, condividendone le ragioni), in riferimento alla mancata audizione del richiedente in sede giurisdizionale in caso di procedimento D.Lgs. n. 25 del 2008, ex art. 35 bis, “nei giudizi in materia di protezione internazionale il giudice, in assenza della videoregistrazione del colloquio svoltosi dinanzi alla Commissione territoriale, ha l’obbligo di fissare l’udienza di comparizione, ma non anche quello di disporre l’audizione del richiedente, a meno che: a) nel ricorso non vengano dedotti fatti nuovi a sostegno della domanda (sufficientemente distinti da quelli allegati nella fase amministrativa, circostanziati e rilevanti); b) il giudice ritenga necessaria l’acquisizione di chiarimenti in ordine alle incongruenze o alle contraddizioni rilevate nelle dichiarazioni del richiedente; c) il richiedente faccia istanza di audizione nel ricorso, precisando gli aspetti in ordine ai quali intende fornire chiarimenti e sempre che la domanda non venga ritenuta manifestamente infondata o inammissibile” (Sez. 1, Sentenza n. 21584 del 07/10/2020; in senso conforme, anche Sez. 1, Sentenza n. 22049 del 13/10/2020, secondo cui verbatim “il corredo esplicativo dell’istanza di audizione deve risultare anche dal ricorso per cassazione, in prospettiva di autosufficienza; in particolare il ricorso, col quale si assuma violata l’istanza di audizione, implica che sia soddisfatto da parte del ricorrente l’onere di specificità della censura, con indicazione puntuale dei fatti a suo tempo dedotti a fondamento di quell’istanza”).

6.2.2 Ciò posto, risulta allora evidente che la doglianza articolata dal ricorrente sul punto qui in discussione risulta, in primis, infondata perchè secondo i principi espressi dalla giurisprudenza di legittimità sopra richiamata (e qui confermata), non esiste un obbligo del giudice ad audire il richiedente – e, in secondo luogo, inammissibile perchè le censure articolate dal ricorrente si presentano comunque formulate in modo del tutto generico e dunque irricevibile, non avendo il richiedente spiegato e specificato, nel presente ricorso per cassazione, i fatti a suo tempo dedotti a fondamento dell’istanza di audizione avanzata innanzi ai giudici del merito e non avendo neanche dedotto la rilevanza ed utilità del predetto mezzo istruttorio.

6.3 Il terzo motivo è invece inammissibile perchè si compone solo di generiche doglianze, anch’esse astrattamente prospettate in relazione all’asserita violazione del principio di cooperazione istruttoria che informa il rito speciale della protezione internazionale, senza che tuttavia le censure si confrontino con la ratio decidendi principale posta a sostegno del diniego dell’invocata protezione, e cioè, da un lato, la mancata riproposizione, in sede giudiziale, delle domande volte ad ottenere la protezione internazionale e, dall’altro, la mancata dimostrazione di una condizione di soggettiva vulnerabilità del ricorrente che esclude in nuce qualsiasi valutazione comparativa tra vulnerabilità ed integrazione sociale del richiedente protezione.

6.4 Il quarto e quinto motivo, da trattarsi congiuntamente in quanto entrambi articolati in relazione al diniego dell’invocata protezione umanitaria, sono invece inammissibili perchè le censure mirano ad una rivalutazione del merito della decisione – inibita, invece, al giudice di legittimità – in ordine allo scrutinio del bilanciamento tra la condizione di vulnerabilità del richiedente e l’integrazione di quest’ultimo nel contesto socio-lavorativo del paese di accoglienzà (per come richiesta dalla giurisprudenza nomofilattica: v. ss.uu. n. 29459/2019 e Cass. sent. n. 4455/2018), profilo di valutazione che, peraltro, è escluso in radice nel caso in esame dall’accertamento svolto in fatto dal tribunale (e non più censurabile, in questa sede se non nei limitati termini di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5: Cass. ss.uu. n. 8053/2014) in ordine alla mancanza di dimostrazione sia del profilo dell’integrazione del richiedente in Italia sia di una condizione di soggettiva vulnerabilità di quest’ultimo, circostanze che escludono anche l’utilità del richiesto approfondimento istruttorio sul rispetto dei diritti umani fondamentali in Ghana.

6.5 Il sesto motivo è invece infondato.

E’ utile ricordare che la giurisprudenza di questa Corte è ferma nel ritenere che il diritto di asilo è interamente attuato e regolato attraverso la previsione delle situazioni finali previste nei tre istituti costituiti dallo “status” di rifugiato, dalla protezione sussidiaria e dal diritto al rilascio di un permesso umanitario, ad opera della esaustiva normativa di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, adottato in attuazione della Direttiva 2004/83/CE del Consiglio del 29 aprile 2004, e di cui al D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6. Ne consegue che non vi è più alcun margine di residuale diretta applicazione del disposto di cui all’art. 10 Cost., comma 3, in chiave processuale o strumentale, a tutela di chi abbia diritto all’esame della sua domanda di asilo alla stregua delle vigenti norme sulla protezione (v. Sez. 6-1, Ordinanza n. 10686 del 26/06/2012; Sez. 6-1, Ordinanza n. 16362 del 04/08/2016).

Orbene, sulla base dei sopra ricordati principi – che qui si riaffermano – la dedotta violazione di legge deve pertanto reputarsi infondata.

Ne consegue il complessivo rigetto del ricorso.

Nessuna statuizione è dovuta per le spese di lite del presente giudizio di legittimità, stante la mancata difesa dell’amministrazione intimata.

Per quanto dovuto a titolo di doppio contributo, si ritiene di aderire all’orientamento già espresso da questa Corte con la sentenza n. 9660-2019.

P.Q.M.

rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, se dovuto, per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 15 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 19 aprile 2021

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