Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10198 del 24/04/2017

Cassazione civile, sez. lav., 24/04/2017, (ud. 16/02/2017, dep.24/04/2017),  n. 10198

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NOBILE Vittorio – Presidente –

Dott. NEGRI DELLE TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – rel. Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 17543-2011 proposto da:

POSTE ITALIANE S.P.A. C.F. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA VIALE

MAZZINI 134, presso lo studio dell’avvocato LUIGI FIORILLO, che la

rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

P.A.M. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA,

PIAZZA MARCONI n. 15, presso lo studio dell’avvocato MASSIMO

D’AMBROSIO, rappresentata e difesa dall’avvocato DINO LUCCHETTI,

giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1828/2010 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 24/06/2010 R.G.N. 10930/2008.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

CHE con sentenza resa pubblica il 24-6-2010 la Corte d’Appello di Roma in riforma della pronuncia di prime cure, dichiarava la nullità del termine apposto al contratto intercorso fra la s.p.a. Poste Italiane ed P.A.M., relativo al periodo 20 gennaio – 13 marzo 2004 e stipulato per “ragioni di carattere sostitutivo correlate alla specifica esigenza di provvedere alla sostituzione del personale addetto al servizio di recapito/smistamento e trasporto presso il Polo corrispondenza Lazio”, dichiarava la sussistenza inter partes di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato decorrente dal 20/1/2004 e condannava la Società alla riammissione in servizio della lavoratrice e al pagamento, a titolo risarcitorio, dell’ammontare delle retribuzioni maturate dalla messa in mora fino alla riammissione in servizio;

avverso la suddetta sentenza, la s.p.a. “Poste Italiane proponeva ricorso per cassazione fondato su quattro motivi, resistiti con controricorso dalla parte intimata; la ricorrente ha depositato memoria illustrativa ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

CHE con il primo motivo (omessa ed insufficiente motivazione in ordine ad un fatto controverso e decisivo per il giudizio) ed il secondo motivo (contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., nonchè dell’art. 2697 c.c., ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5), la ricorrente si duole che la Corte di merito nel vagliare il materiale probatorio raccolto e, segnatamente, la deposizione resa dal responsabile C.T.O di Latina unico testimone escusso – abbia non adeguatamente valutato un fatto decisivo per il giudizio o, comunque, non abbia integrato un quadro probatorio definito insufficiente, mediante l’uso dell’ampio potere istruttorio esercitabile d’ufficio ex artt. 420 e 421 c.p.c.;

tali motivi, da esaminarsi congiuntamente per presupporre la soluzione di questioni giuridiche connesse, risultano privi di pregio ove si faccia richiamo ai principi affermati da questa Corte che vanno qui ribaditi, secondo i quali la motivazione omessa o insufficiente è configurabile soltanto qualora dal ragionamento del giudice di merito, come risultante dalla sentenza impugnata, emerga la totale obliterazione di elementi che potrebbero condurre ad una diversa decisione, ovvero quando sia evincibile l’obiettiva carenza, nel complesso della medesima sentenza, del procedimento logico che lo ha indotto, sulla base degli elementi acquisiti, al suo convincimento, ma non già quando, invece, vi sia difformità rispetto alle attese ed alle deduzioni della parte ricorrente sul valore e sul significato dal primo attribuiti agli elementi delibati, risolvendosi, altrimenti, il motivo di ricorso in un’inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e del convincimento di quest’ù timo tesa all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, certamente estranea alla natura ed ai fini del giudizio di cassazione (in termini, di recente, Cass. 8/4/2014 n.8008, Cass. SS. UU. 25/10/2013, n. 24148);

le censure formulate tendono a risolversi in critiche che, omettendo di fare riferimento specifico al tenore delle dichiarazioni rese dal testimone escusso, mirano ad una rivisitazione delle considerazioni di merito operate dalla Corte territoriale senza che vengano evidenziati elementi fattuali e giuridici idonei ad inficiarne la comprovata coerenza e congruità motivazionale;

la Corte di merito, pur reputando il contratto inter partes rispondente ai canoni di specificità indicati in sede di legittimità quali requisiti di trasparenza e veridicità della causa di apposizione del termine, riteneva inadeguata la relativa prova, per la sua genericità, avendo il testimone escusso dichiarato di non potere precisare se la lavoratrice avesse sostituito personale assente nè quale fosse il motivo specifico della assunzione;

tale apprezzamento congruo sotto il profilo logico e corretto sul versante giuridico, resiste alla censura all’esame che si palesa priva di fondamento anche con riferimento al mancato esercizio dei poteri istruttori d’ufficio giacchè, per idoneamente censurare in sede di ricorso per cassazione l’inesistenza o la lacunosità della motivazione sul punto della mancata attivazione di tali poteri, occorre dimostrare di averne sollecitato l’esercizio (ipotesi questa non verificatasi nella fattispecie), in quanto diversamente si introdurrebbe per la prima volta in sede di legittimità un tema del contendere totalmente nuovo rispetto a quelli già dibattuti nelle precedenti fasi di merito (vedi Cass. 27/1/2009 n. 1894, Cass. 26/6/2006, n. 14731);

con il terzo motivo la società ricorrente, denunziando omessa e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia nonchè violazione di legge, censura la decisione per avere ritenuto, quale conseguenza sanzionatoria della nullità del termine, la conversione in rapporto di lavoro a tempo indeterminato, non facendo applicazione del principio generale in tema di nullità parziale di cui all’art. 1419 c.c., secondo il quale la nullità della clausola contenente il termine importa la nullità dell’intero contratto, se risulta che i contraenti non lo avrebbero concluso senza quella parte del suo contenuto che è colpita da nullità; deduce al riguardo di avere compiutamente dimostrato che senza la apposizione del termine non avrebbe concluso il contratto in controversia.

il motivo è privo di fondamento, giacchè la statuizione della Corte territoriale si pone in linea con il consolidato orientamento espresso da questa Corte alla cui stregua “la disposizione dell’art. 1419 c.c., comma 2, a norma della quale la nullità di singole clausole contrattuali non importa la nullità del contratto, quando le clausole nulle sono sostituite di diritto da norme imperative, impedisce che al risultato dell’invalidità dell’intero contratto possa pervenirsi in considerazione della sussistenza di un vizio del contratto, avente ad oggetto la clausola nulla in rapporto alla norma imperativa destinata a sostituirla, poichè l’essenzialità di tale clausola rimane esclusa dalla stessa prevista sua sostituzione con una regola posta a tutela di interessi collettivi di preminente interesse pubblico (vedi Cass. 29/9/05, n. 19156);

con il quarto motivo è dedotta violazione e falsa applicazione degli artt. 1206, 1207, 1271, 1218, 1219, 1223, 2094, 2099 e 2697 c.c., nonchè della L. n. 183 del 2010, art. 32, comma 5, quale ius superveniens;

il motivo è fondato, alla stregua del principio affermato da questa Corte secondo cui in tema di ricorso per cassazione, la censura ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, può concernere anche la violazione di disposizioni emanate dopo la pubblicazione della sentenza impugnata, ove retroattive e, quindi, applicabili al rapporto dedotto, atteso che non richiede necessariamente un errore, avendo ad oggetto il giudizio di legittimità non l’operato del giudice, ma la conformità della decisione adottata all’ordinamento giuridico (vedi Cass. S.U. 27/10/2016, n. 21691);

pertanto, il ricorso va accolto entro i limiti descritti con la cassazione della sentenza impugnata, in relazione al motivo accolto e rinvio, anche per la regolazione delle spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’Appello designata in dispositivo.

PQM

La Corte rigetta i primi tre motivi, accoglie il quarto, cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto, e rinvia anche per le spese del presente giudizio, alla Corte d’Appello di Roma in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 16 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 24 aprile 2017

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