Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10179 del 16/04/2021

Cassazione civile sez. VI, 16/04/2021, (ud. 11/11/2020, dep. 16/04/2021), n.10179

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. COSENTINO Antonello – Presidente –

Dott. PICARONI Elisa – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. ABETE Luigi – rel. Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossanna – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 35522 – 2018 R.G. proposto da:

N.G. – c.f. (OMISSIS) – (quale erede

d.B.M.), elettivamente domiciliato, con indicazione dell’indirizzo

p.e.c., in Enna, alla via Colajanni, n. 2, presso lo studio

dell’avvocato Patti Pietro che lo rappresenta e difende in virtù di

procura speciale in calce al ricorso.

– ricorrente –

contro

R.B. – c.f. (OMISSIS) – R.M. – c.f. (OMISSIS) –

elettivamente domiciliati, con indicazione dell’indirizzo p.e.c., in

Militello V.C., alla via Arco Reina, n. 2, presso lo studio

dell’avvocato Barone Mario, che li rappresenta e difende in virtù

di procura speciale su foglio allegato in calce al controricorso;

– controricorrenti –

e

C.G.A. – c.f. (OMISSIS) -;

– intimato –

avverso la sentenza della Corte d’Appello di Catania n. 970/2018,

udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 11 novembre

2020 dal consigliere Dott. Abete Luigi.

 

Fatto

MOTIVI IN FATTO ED IN DIRITTO

1. Con atto notificato il 26.11.2010 C.G.A. citava a comparire dinanzi al Tribunale di Catania M.B..

Esponeva che con scrittura privata del 30.9.1996 R.B. e R.M., in qualità di procuratori generali d.B.M., avevano promesso di vendergli ed egli attore aveva promesso di acquistare tre appezzamenti di terreno in territorio del Comune di Scordia per il prezzo di lire 227.500.000; che con scrittura integrativa del 27.3.1997 erano state concordate le modalità di versamento del saldo del prezzo.

Esponeva che il promittente venditore, M.B., non aveva inteso far luogo alla stipula del definitivo.

Chiedeva pronunciarsi sentenza ex art. 2932 c.c. idonea a trasferirgli la proprietà degli immobili compromessi in vendita.

2. Si costituiva M.B..

Eccepiva l’intervenuta prescrizione dell’avversa pretesa.

Instava, previa autorizzazione alla chiamata in causa di R.B. e di R.M., perchè le avverse domande fossero rigettate; instava, in riconvenzionale, perchè l’attore fosse condannato a restituirgli i terreni; instava, in ogni caso, perchè i terzi chiamati fossero condannati a manlevarlo.

3. Si costituivano R.B. e R.M..

4. Riassunto il giudizio, interrotto per la morte d.B.M., si costituiva, quale suo erede con beneficio di inventario, N.G..

5. Con sentenza n. 3694/2015 il Tribunale di Catania, respinta l’eccezione di prescrizione, respinta ogni ulteriore domanda, pronunciava sentenza ex art. 2932 c.c. atta a trasferire al promissario acquirente, C.G.A., la proprietà dei terreni, subordinandone gli effetti al pagamento della somma di Euro 9.038,00, quale residuo prezzo ancora dovuto; condannava N.G. a rimborsare sia a C.G.A. sia a R.B. ed a R.M. le spese di lite.

6. Proponeva appello N.G..

Resisteva C.G.A.; esperiva appello incidentale con riferimento alla condanna al pagamento del residuo prezzo di Euro 9.038,00. Resistevano R.B. e R.M..

7. Con sentenza n. 970/2018 la Corte d’Appello di Catania accoglieva l’appello principale e, per l’effetto, rigettava la domanda ex art. 2932 c.c. proposta in prime cure dal promissario acquirente, C.G.A., condannava C.G.A. all’immediato rilascio dei terreni in favore di N.G., condannava N.G. a restituire all’appellato la somma di Euro 67.139,36, oltre interessi; rigettava l’appello incidentale; rigettava l’appello principale nei confronti di R.B. e R.M.; condannava C.G.A. a rimborsare a Giovanni Neri le spese del doppio grado; condannava N.G. a rimborsare a R.B. e R.M. le spese del grado di appello.

8. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso N.G., in qualità di erede, d.B.M.; ne ha chiesto sulla scorta di due motivi la cassazione con ogni conseguente provvedimento anche in ordine alle spese.

R.B. e R.M. hanno depositato controricorso; hanno chiesto rigettarsi l’avverso ricorso con il favore delle spese.

C.G.A. non ha svolto difese.

9. Il relatore ha formulato ex art. 375 c.p.c., n. 5), proposta di manifesta infondatezza del ricorso; il presidente ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., comma 1, ha fissato l’adunanza in camera di consiglio.

10. Con il primo motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c., la violazione e falsa applicazione dell’art. 92 c.p.c., comma 2, l’omesso esame circa fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti.

Deduce che la corte di merito ha del tutto ignorato le doglianze veicolate dal terzo motivo del suo gravame principale, con il quale aveva censurato il primo dictum nella parte in cui aveva pronunciato sua condanna alle spese di lite in favore dei terzi chiamati anzichè disporne l’integrale compensazione.

Deduce che la compensazione delle spese nel rapporto con i terzi chiamati sarebbe stata da disporre per ragioni di equità sostanziale, viepiù alla luce della sentenza n. 77/2018 con cui la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del novellato art. 92 c.p.c., comma 2.

11. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 c.p.c., la nullità della sentenza per violazione e falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c..

Deduce che la corte distrettuale, alla stregua del principio per cui, in ipotesi di riforma della sentenza impugnata, la regolamentazione delle spese deve anche d’ufficio seguire in conformità all’esito complessivo della lite, ha errato a condannarlo alle spese di prime e seconde cure nei confronti dei terzi chiamati. Deduce che le spese di lite nei confronti dei terzi chiamati dovevano essere poste a carico dell’attore, siccome ne sussistevano tutti i presupposti.

12. Va debitamente premesso che, nonostante la rituale notificazione del decreto presidenziale e della proposta del relatore, le parti, segnatamente il ricorrente, non hanno provveduto al deposito di memorie ex art. 380 bis c.p.c., comma 2.

13. In ogni caso, pur al di là del testè riferito rilievo, il collegio appieno condivide la proposta, che ben può essere reiterata in questa sede.

14. I motivi di ricorso – da esaminare unitamente siccome strettamente connessi – sono dunque privi di fondamento e da respingere.

15. Non si configura il vizio di omessa pronuncia e quindi la denunciata violazione dell’art. 112 c.p.c..

La corte territoriale, in ordine all’ultimo motivo dell’appello principale, per la parte relativa alla regolamentazione delle spese di lite limitatamente al rapporto tra N.G., erede di M.B., originario convenuto, chiamante in garanzia (impropria), e R.B. e R.M., terzi chiamati in garanzia (impropria), ha di certo pronunciato (cfr. sentenza d’appello, pag. 10 – 11).

La Corte di Catania in particolare ha puntualizzato che l’appellante principale, N.G., non aveva impugnato il rigetto della domanda di manleva proposta dal suo dante causa nei confronti di R.B. e R.M.; cosicchè la statuizione di rigetto doveva reputarsi passata in giudicato.

Ha puntualizzato più esattamente – la corte etnea – che l’appellante principale aveva, sì, con il terzo motivo censurato la sua condanna alle spese nei confronti dei terzi chiamati, invocandone la compensazione, e nondimeno a tale scopo aveva ascritto ai procuratori generali d.B.M. quei medesimi comportamenti inadempienti addotti a fondamento della domanda di manleva e compiutamente disconosciuti.

16. Ben vero siffatte affermazioni della corte siciliana non sono state censurate specificamente dal ricorrente nè con l’uno nè con l’altro mezzo di impugnazione.

17. In questo quadro non può che opinarsi come segue.

18. Innanzitutto la corte d’appello, in dipendenza della mancata proposizione di specifico gravame avverso i motivi che avevano indotto il primo giudice a rigettare la domanda esperita dal chiamante (convenuto) in garanzia (impropria), B.M., nei confronti dei chiamati in garanzia (impropria), R.B. e R.M., per nulla ha riformato, in parte qua, il primo dictum.

Cosicchè è fuor di luogo il riferimento – con il secondo motivo – all’insegnamento di questo Giudice del diritto secondo cui il giudice di appello, allorchè riformi in tutto o in parte la sentenza impugnata, deve procedere d’ufficio, quale conseguenza della pronuncia di merito adottata, ad un nuovo regolamento delle spese processuali, il cui onere va attribuito e ripartito tenendo presente l’esito complessivo della lite, poichè la valutazione della soccombenza opera, ai fini della liquidazione delle spese, in base ad un criterio unitario e globale, mentre, in caso di conferma della sentenza impugnata, la decisione sulle spese può essere modificata soltanto se il relativo capo della sentenza abbia costituito oggetto di specifico motivo d’impugnazione (cfr. Cass. sez. lav. 1.6.2016, n. 11423; Cass. (ord.) 24.1.2017, n. 1775).

Ovviamente in caso – come quello di specie – di chiamata in garanzia impropria, essendo l’azione principale e quella di garanzia fondate su titoli diversi, le due cause, benchè proposte all’interno di uno stesso giudizio, rimangono distinte e scindibili (cfr. Cass. 17.12.2019, n. 3422).

19. Altresì non vi è margine perchè in questa sede siano denunciate – col primo motivo – la violazione e la falsa applicazione dell’art. 92 c.p.c., comma 2, ovvero non vi è margine perchè il ricorrente si dolga per la mancata compensazione delle spese di prime cure – da parte del giudice di seconde cure – limitatamente al rapporto processuale tra il chiamante (convenuto) in garanzia (impropria) ed i chiamati in garanzia (impropria).

Invero questo Giudice spiega che, in tema di spese processuali, il sindacato della Corte di cassazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, è limitato ad accertare che non risulti violato il principio secondo il quale le stesse non possono essere poste a carico della parte totalmente vittoriosa, per cui vi esula, rientrando nel potere discrezionale del giudice di merito, la valutazione dell’opportunità di compensarle in tutto o in parte, sia nell’ipotesi di soccombenza reciproca che in quella di concorso di altri giusti motivi (cfr. Cass. (ord.) 17.10.2017, n. 24502; Cass. 19.6.2013, n. 15317).

Ovviamente, in questi termini, è da escludere senz’altro che B.M. e poi il suo erede N.G. fossero rimasti totalmente vittoriosi in primo grado nei confronti di R.B. e R.M., atteso che il Tribunale di Catania aveva rigettato la domanda di manleva “posto che la procura generale del 29.02.1996 eliminava ogni dubbio in ordine alla regolare esecuzione del mandato” (così sentenza d’appello, pagg. 3 – 4).

20. Infine – ed in ogni caso – il giudice di prime cure aveva, appunto, disconosciuto la sussistenza di ragioni di negligenza e di inadempimento dei terzi chiamati, R.B. e R.M., in veste di rappresentanti sostanziali d.B.M., nei confronti di costui (cfr. controricorso, pag. 7, ove si precisa che “nessuna prova in primo grado comunque era stata sulla mancata osservanza delle istruzioni ricevute dal mandatario R.B. nell’ambito del mandato a trattare la vendita dei beni”).

Ben vero, questa Corte spiega che, in forza del principio di causazione – che, unitamente a quello di soccombenza, regola il riparto delle spese di lite – il rimborso delle spese processuali sostenute dal terzo chiamato in garanzia dal convenuto deve essere posto a carico dell’attore qualora la chiamata in causa si sia resa necessaria in relazione alle tesi sostenute dall’attore stesso e queste siano risultate infondate, a nulla rilevando che l’attore non abbia proposto nei confronti del terzo alcuna domanda; e che il rimborso rimane invece a carico della parte che ha chiamato o fatto chiamare in causa il terzo qualora l’iniziativa del chiamante, rivelatasi manifestamente infondata o palesemente arbitraria, concreti un esercizio abusivo del diritto di difesa (cfr. Cass. (ord.) 6.12.2019, n. 31889).

E tuttavia devesi ritenere nella fattispecie che la chiamata in garanzia fosse del tutto infondata ed ingiustificata.

Del resto è significativo rimarcare che N.G. si era astenuto dal censurare la statuizione di primo grado nella parte in cui, appunto, aveva rigettato la domanda di manleva nei confronti dei chiamati (cfr. ricorso, pag. 4).

21. In dipendenza del rigetto del ricorso il ricorrente, N.G., va condannato a rimborsare ai controricorrenti, R.B. e R.M., le spese del presente giudizio di legittimità.

La liquidazione segue come da dispositivo.

C.G.A. non ha svolto difese. Nonostante il rigetto del ricorso nessuna statuizione va nei suoi confronti assunta in ordine alle spese.

22. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso ai sensi del citato D.P.R., art. 13, comma 1-bis, se dovuto (cfr. Cass. sez. un. 20.2.2020, n. 4315).

PQM

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente, N.G., a rimborsare ai controricorrenti, R.B. e R.M., le spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano in complessivi Euro 3.100,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso forfetario delle spese generali nella misura del 15%, i.v.a. e cassa come per legge; ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, N.G., di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso ai sensi del citato D.P.R., art. 13, comma 1- bis, se dovuto.

Depositato in Cancelleria il 16 aprile 2021

 

 

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