Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10178 del 21/04/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 21/04/2017, (ud. 23/02/2017, dep.21/04/2017),  n. 10178

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ARIENZO Rosa – Presidente –

Dott. FERNANDES Giulio – rel. Consigliere –

Dott. GHINOY Paola – Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14512/2015 proposto da:

G.D., G.C. in proprio e quali legali

rappresentanti della ditta F.LLI G. DI G.C.

& C. SNC, elettivamente domiciliati in ROMA, V. PACUVIO 34,

presso lo studio dell’avvocato GUIDO ROMANELLI, che li rappresenta e

difende unitamente agli avvocati ERMES DELNEVO, ALBERTO PREVIDI

giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrenti –

contro

MINISTERO LAVORO E DELLE POLITICHE SOCIALI, in persona del Ministro

pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI

12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende ope legis;

– resistente –

avverso la sentenza n. 1413/2014 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA,

depositata il 02/12/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 23/02/2017 dal Consigliere Dott. GIULIO FERNANDES.

Fatto

RILEVATO

che, con sentenza del 2 dicembre 2014, la Corte di Appello di Brescia, in riforma della decisione del Tribunale di Mantova, rigettava l’opposizione proposta da G.C. e D. – nella loro qualità di amministratori della società F.lli G.C. & C. s.n.c. – avverso le ordinanze-ingiunzione nn. 112 e 123 del 2004 emesse dalla Direzione Territoriale del Lavoro di Mantova con le quali era stato intimato il pagamento della complessiva somma di Euro 12.380,10 per sanzioni amministrative inerenti la violazione della L. 28 novembre 1996, n. 608, art. 9 bis, commi 2 e 2 bis, L. 10 gennaio 1935, n. 112, artt. 3 e 4 e della L. 5 gennaio 1953, n. 4, artt. 1 e 3;

che, la Corte territoriale osservava: che era infondata l’eccezione di inammissibilità dell’appello perchè proposto non con ricorso ma con citazione non essendo stato neppure dedotto che dalla trattazione della causa con il rito ordinario in luogo di quello del lavoro era derivato un pregiudizio “specifico” incidente sul contraddittorio e sul diritto della difesa o sul regime della prova; che, nel merito, alle violazioni contestate a norma della L. n. 608 del 1996, art. 9 bis, commi 2 e 3 (per l’omessa comunicazione dei termini prescritti alla sezione circoscrizionale per l’impiego dell’assunzione delle lavoratrici e per avere consegnato con indicazioni inesatte o incomplete alle lavoratrici all’atto dell’assunzione una dichiarazione sottoscritta dei dati di registrazione sul libro matricola) non poteva applicarsi il disposto della L. 23 dicembre 2000, n. 388, art. 116, comma 12 (come erroneamente ritenuto dal primo giudice) trattandosi di violazioni commesse prima la sua entrata in vigore ed essendo esclusa ogni sua forma di retroattività;

che per la cassazione di tale decisione hanno proposto ricorso G.C. e D. – nella indicata qualità – affidato a tre motivi;

che il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali si è costituito solo per partecipare alla discussione;

che è stata depositata la proposta del relatore ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., ritualmente comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in Camera di consiglio;

che i ricorrenti hanno depositato memoria ex art. 380 bis c.p.c.;

che il Collegio ha deliberato di adottare la motivazione semplificata.

Diritto

CONSIDERATO

che: con il primo motivo di ricorso viene dedotto “art. 360, n. 3, per violazione o falsa applicazione di norme di diritto e dei contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro” per avere la Corte di Appello erroneamente ritenuto non rientranti nell’abolitio” di cui alla L. n. 388 del 2000, art. 116, comma 12, le violazioni contestate ai ricorrenti in qualità di soci amministratori della società F.lli G.C. & C. s.n.c., evidenziandosi infatti, che trattavasi di violazioni di natura formale alle quali doveva applicarsi il disposto del citato art. 116, comma 12, essendo stata l’ordinanza-ingiunzione opposta emessa dopo l’entrata in vigore di detta norma; con il secondo motivo si denuncia “violazione e falsa applicazione di norme di diritto e dei contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro” in quanto il giudice del gravame non aveva accolto la richiesta dei ricorrenti di applicazione sanzioni previste dal D.Lgs. 10 settembre 2003, n. 276, art. 19, in luogo di quelle di cui alla L. n. 608 del 1996, art. 9 bis commi 2 e 3, irrogate con l’opposta ordinanza-ingiunzione; con il terzo motivo viene dedotta “violazione e falsa applicazione di norme di diritto e dei contratti e accordi collettivi nazionali di lavoro” per avere la Corte di appello ammesso che l’impugnazione potesse essere proposta con citazione innanzi alla sezione ordinaria civile e non con ricorso innanzi alla sezione lavoro;

che il primo motivo è infondato avendo la Corte di Appello correttamente ritenuto di dare seguito al prevalente orientamento della giurisprudenza di legittimità (rispetto a quello minoritario e risalente richiamato a sostegno del motivo) secondo cui in tema di illeciti amministrativi, l’adozione dei principi di legalità, irretroattività e divieto di analogia, di cui alla L. 24 novembre 1981, n. 689, art. 1, comporta l’assoggettamento del fatto alla legge del tempo del suo verificarsi, con conseguente inapplicabilità della disciplina posteriore eventualmente più favorevole, a nulla rilevando che detta più favorevole disciplina, successiva alla commissione del fatto, sia entrata in vigore anteriormente all’emanazione dell’ordinanza ingiunzione per il pagamento della sanzione pecuniaria, non trovando applicazione analogica gli opposti principi di cui all’art. 2 c.p., commi 2 e 3, attesa la differenza qualitativa delle situazioni; pertanto, la disposizione della L. n. 388 del 2000, art. 116, comma 12, che ha abolito le sanzioni amministrative relative alle violazioni di norme di carattere formale sul collocamento al lavoro, è applicabile soltanto agli illeciti commessi dopo la sua entrata in vigore, avvenuta il 1 gennaio 2001. (Cass. n. 1105 del 26/01/2012; Cass. n. 17099 del 21/07/2010; Cass. n. 18761 del 26/09/2005; orientamento di recente ribadito da Cass. n. 1187 del 22/01/2016);

che a tale indirizzo, ormai costante da oltre un decennio, il Collegio ritiene di dare continuità;

che il secondo motivo è inammissibile non essendo stato indicato come e quando la questione fosse stata sollevata nei precedenti gradi di giudizio ciò anche in considerazione del fatto che della medesima non è fatta menzione alcuna nella impugnata sentenza; peraltro, riguardo ai rilievi contenuti nella memoria ex art. 380 bis c.p.c., non può non osservarsi come gli stessi confermino che nel ricorso di primo grado la questione della applicazione delle sanzioni previste dal D.Lgs. 10 settembre 2003, n. 276, art. 19, in luogo di quelle di cui alla L. n. 608 del 1996, art. 9 bis, commi 2 e 3, non era stata sollevata essendo stata chiesta solo, in via subordinata, la determinazione nel minimo delle sanzioni;

che del pari inammissibile è il terzo motivo in cui non si censurano minimamente le ragioni dalla Corte di appello poste a fondamento del rigetto della eccezione di inammissibilità del gravame perchè proposto non con ricorso ma con citazione; ed infatti, correttamente l’impugnata sentenza ha applicato il principio più volte affermato da questa Corte secondo cui l’eventuale trattazione della causa in appello con rito ordinario invece che con rito speciale determina una semplice irregolarità che assume rilievo ai fini dell’impugnazione esclusivamente se abbia arrecato alla parte un pregiudizio processuale incidente sulla competenza, sul regime delle prove o sui diritti di difesa (Cass. n. 8721 del 13/04/2010; Cass. n. 11903 del 13/05/2008, Cass. n. 9971 del 16/04/2008, Cass. n. 8947 del 18/04/2006, tra le varie);

che, alla luce di quanto esposto, il ricorso va rigettato;

che non si provvede in ordine alle spese del presente giudizio non avendo il Ministero svolto alcuna apprezzabile attività difensiva; che sussistono i presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto dal D.P.R. 30 maggio, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (legge di stabilità 2013) trovando tale disposizione applicazione ai procedimenti iniziati in data successiva al 30 gennaio 2013, quale quello in esame.

PQM

La Corte, rigetta il ricorso, nulla per le spese.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte dei ricorrenti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Motivazione semplificata.

Così deciso in Roma, il 23 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 21 aprile 2017

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