Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10160 del 16/04/2021

Cassazione civile sez. lav., 16/04/2021, (ud. 21/10/2020, dep. 16/04/2021), n.10160

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. DE MARINIS Nicola – Consigliere –

Dott. PICCONE Valeria – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 6546-2017 proposto da:

Z.G.P., elettivamente domiciliato in ROMA, LUNGOTEVERE

DEI MELLINI N 7, presso lo studio dell’avvocato EMANUELA ERRIGHI,

rappresentato e difeso dagli avvocati ANDREA CAVICCHIOLI, ANNA

BEFANI;

– ricorrente –

contro

ALCANTARA S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GIROLAMO DA CARPI 6, presso

lo studio degli avvocati FURIO TARTAGLIA, e STEFANO MATTEI, che la

rappresentano e difendono;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 180/2016 della CORTE D’APPELLO di PERUGIA,

depositata il 20/09/2016 R.G.N. 47/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

21/10/2020 dal Consigliere Dott. VALERIA PICCONE.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

– con sentenza in data 20 settembre 2016, la Corte d’Appello di Perugia, in riforma della decisione di primo grado, ha respinto la domanda avanzata da Z.G.P. nei confronti della Alcantara S.p.A. volta ad ottenere il riconoscimento della qualifica A3 del CCNL del settore chimici privato a far data dall’1 gennaio 1991 o altra qualifica comunque superiore a quella attribuitagli dal datore di lavoro con condanna della società al pagamento delle differenze retributive dovute;

– in particolare, la Corte ha ritenuto che il parziale accoglimento della domanda da parte del Tribunale – con il riconoscimento della categoria C1 e delle differenze retributive conseguenti – fosse frutto di ultrapetizione non avendo il ricorrente indicato nel ricorso introduttivo gli elementi di fatto, nonchè la declaratoria contrattuale a sostegno della categoria relativa;

– per la cassazione della sentenza propone ricorso Z.G.P., affidandolo a sei motivi;

– resiste, con controricorso, la Alcantara S.p.A.;

– entrambe le parti hanno presentato memorie.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

– con il primo ed il secondo motivo di ricorso si deduce, rispettivamente, la nullità della sentenza e la violazione dell’art. 112 c.p.c. in relazione all’eccepita inammissibilità dell’appello;

– con il terzo motivo si allega la violazione dell’art. 132, n. 4 per la ritenuta ultrapetizione sulla base della mancata allegazione dei fatti posti a sostegno della domanda;

– con il quarto motivo si deduce la violazione dell’art. 112 c.p.c. e con il quinto la violazione dell’art. 360, comma 1, n. 5 sempre con riguardo alla interpretazione della domanda;

– con il sesto motivo, infine, si deduce la violazione della normativa contrattuale relativa all’industria chimica, degli artt. 1362 c.c. e segg., art. 2697 c.c. e art. 115 c.p.c., deducendosi l’omessa valutazione delle risultanze probatorie;

– il primo, il secondo motivo ed il terzo motivo, da esaminarsi congiuntamente per l’intima connessione, sono infondati;

– giova rilevare, al riguardo, come debba ritenersi che il giudice di secondo si sia implicitamente pronunziato sul relativo motivo di impugnazione atteso che ha affrontato nel merito il contenuto dello stesso che, peraltro, deve reputarsi rispettoso dei canoni che presiedono alla redazione del ricorso introduttivo, in assenza di puntuali diverse allegazioni al riguardo;

– va rilevato, in merito che, alla luce della giurisprudenza di legittimità, l’art. 434 c.p.c., comma 1, nel testo introdotto dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. c) bis convertito, con modificazioni, dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, in coerenza con il paradigma generale contestualmente introdotto nell’art. 342 c.p.c., non richiede che le deduzioni della parte appellante assumano una determinata forma o ricalchino la decisione appellata con diverso contenuto, ma impone al ricorrente in appello di individuare in modo chiaro ed esauriente il “quantum appellatum”, circoscrivendo il giudizio di gravame con riferimento agli specifici capi della sentenza impugnata nonchè ai passaggi argomentativi che la sorreggono e formulando, sotto il profilo qualitativo, le ragioni di dissenso rispetto al percorso adottato dal primo giudice, sì da esplicitare la idoneità di tali ragioni a determinare le modifiche della decisione censurata (cfr., ex plurimis, Cass. n. 4136 del 12/02/2019);

– va poi sottolineato che nel giudizio di legittimità deve essere tenuta distinta l’ipotesi in cui si lamenti l’omesso esame di una domanda da quella in cui si censuri l’interpretazione che ne abbia data il giudice di merito: nel primo caso, infatti, si verte in tema di violazione dell’art. 112 c.p.c. e si pone un problema di natura processuale per la soluzione del quale la Corte di Cassazione ha il potere-dovere di procedere all’esame diretto degli atti, onde acquisire gli elementi di giudizio necessari ai fini della pronuncia richiesta;

– nel secondo, invece, poichè l’interpretazione della domanda e la individuazione del suo contenuto integrano un tipico accertamento dei fatti riservato, come tale, al giudice di merito, in sede di legittimità va solo effettuato il controllo della correttezza della motivazione che sorregge sul punto la decisione impugnata (Cass. 7.7.2006 n. 15603; Cass. 18.5.2012 n. 7932; Cass. 21.12.2017 n. 30684);

– d’altro canto, deve escludersi la configurabilità del vizio di omessa pronuncia qualora una domanda, pur non espressamente esaminata, debba ritenersi – anche in base ad una pronuncia implicita – rigettata in quanto avvinta ad altra domanda, che ne costituisce il presupposto ed il necessario antecedente logico – giuridico, decisa e rigettata dal giudice (sul punto, fra le altre, Cass. n. 17580 del 04/08/2014);

– con riguardo, poi, segnatamente, alla censura di cui al terzo motivo, afferente all’art. 132, n. 4, va preliminarmente rilevato che, per consolidata giurisprudenza di legittimità (cfr., fra le tante, Cass. n. 12652 del 25/06/2020) il giudice non è tenuto ad occuparsi espressamente e singolarmente di ogni allegazione, prospettazione ed argomentazione delle parti, risultando necessario e sufficiente, in base all’art. 132 c.p.c., n. 4, che esponga, in maniera concisa, gli elementi in fatto ed in diritto posti a fondamento della sua decisione, e dovendo ritenersi per implicito disattesi tutti gli argomenti, le tesi e i rilievi che, seppure non espressamente esaminati, siano incompatibili con la soluzione adottata e con l'”iter” argomentativo seguito;

– ne consegue che il vizio di omessa pronuncia – configurabile allorchè risulti completamente omesso il provvedimento del giudice indispensabile per la soluzione del caso concreto – non ricorre nel caso in cui, seppure manchi una specifica argomentazione, la decisione adottata in contrasto con la pretesa fatta valere dalla parte ne comporti il rigetto;

– deve poi ribadirsi che, come statuito da Supremo Collegio a partire da SU n. 13083 del 27/07/2004, il vizio di extrapetizione non determina la nullità insanabile della sentenza, talchè va denunziato con gli ordinari mezzi di impugnazione e non è rilevabile d’ufficio;

– nel caso di specie, l’interpretazione della originaria domanda sul punto è stata adeguatamente argomentata dalla Corte territoriale che, conseguentemente, sempre con idonea motivazione, ha ritenuto, poi, di addivenire alle conclusioni mentovate in ordine all’interpretazione che della stessa domanda era stata offerta dal giudice di primo grado;

– il quarto ed il quinto possono essere esaminati congiuntamente per ragioni di ordine logico – sistematico e devono reputarsi inammissibili;

– va preliminarmente rilevato, al riguardo, che, in seguito alla riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposto dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito con modificazioni nella L. 7 agosto 2012, n. 134 che ha limitato la impugnazione delle sentenze in grado di appello o in unico grado per vizio di motivazione alla sola ipotesi di “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”, consegue che, al di fuori dell’indicata omissione, il controllo del vizio di legittimità rimane circoscritto alla sola verifica della esistenza del requisito motivazionale nel suo contenuto “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6, ed individuato “in negativo” dalla consolidata giurisprudenza della Corte – formatasi in materia di ricorso straordinario – in relazione alle note ipotesi (mancanza della motivazione quale requisito essenziale del provvedimento giurisdizionale; motivazione apparente; manifesta ed irriducibile contraddittorietà; motivazione perplessa od incomprensibile) che si convertono nella violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4), e che determinano la nullità della sentenza per carenza assoluta del prescritto requisito di validità (fra le altre, Cass. n. 23940 del 2017);

– occorre poi ribadire che, come noto, il vizio di ” ultra” o “extra” petizione ricorre quando il giudice pronuncia oltre i limiti delle pretese e delle eccezioni fatte valere dalle parti, ovvero su questioni estranee all’oggetto del giudizio e non rilevabili d’ufficio, attribuendo un bene della vita non richiesto o diverso da quello domandato, fermo restando che egli è libero non solo di individuare l’esatta natura dell’azione e di porre a base della pronuncia adottata considerazioni di diritto diverse da quelle prospettate, ma pure di rilevare, indipendentemente dall’iniziativa della parte convenuta, la mancanza degli elementi che caratterizzano l’efficacia costitutiva o estintiva di una data pretesa, in quanto ciò attiene all’obbligo inerente all’esatta applicazione della legge (sul punto, ex plurimis, Cass. n. 20932 del 05/08/2019);

– va poi premesso che i requisiti di contenuto-forma previsti, a pena di inammissibilità, dall’art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 6, devono essere assolti necessariamente con il ricorso e non possono essere ricavati da altri atti, come la sentenza impugnata o il controricorso, dovendo il ricorrente specificare il contenuto della critica mossa alla sentenza impugnata indicando precisamente i fatti processuali alla base del vizio denunciato, producendo in giudizio l’atto o il documento della cui erronea valutazione si dolga, o indicando esattamente nel ricorso in quale fascicolo esso si trovi e in quale fase processuale sia stato depositato, e trascrivendone o riassumendone il contenuto nel ricorso (sul punto, tra le tante, Cass. n. 29093 del 13/11/2018);

– nel caso di specie, non è riportato nè il ricorso, nelle parti necessarie alla precisa identificazione delle domande proposte, nè la sentenza di primo grado, con esclusione peraltro di uno scarno passaggio, riferito ai livelli contrattuali considerati;

– risulta di palmare evidenza, allora come appaia impossibile per il giudice di legittimità addivenire ad una esatta individuazione della domanda e della pronunzia onde stabilire, nel rispetto di quanto previsto dall’art. 366, se si sia verificata la lamentata lesione;

– invero, parte ricorrente non ha provveduto ad allegare compiutamente il contenuto della propria domanda onde consentire di chiarirne la portata e di stabilire, in particolar modo, come fossero indicate le mansioni svolte e, quindi, gli elementi di fatto posti a fondamento della domanda stessa onde consentire di superare il limite determinato dalla mancata enucleazione, fra quelli richiesti, dell’inquadramento contrattuale inferiore riconosciuto dal giudice di primo grado;

– relativamente al sesto motivo, giova premettere che in tema di ricorso per cassazione, poi, una questione di violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. non può porsi per una erronea valutazione del materiale istruttorio compiuta dal giudice di merito, ma, rispettivamente, solo allorchè si alleghi che quest’ultimo abbia posto a base della decisione prove non dedotte dalle parti, ovvero disposte di ufficio al di fuori dei limiti legali, o abbia disatteso, valutandole secondo il suo prudente apprezzamento, delle prove legali, ovvero abbia considerato come facenti piena prova, recependoli senza apprezzamento critico, elementi di prova soggetti, invece, a valutazione (cfr. Cass. 27.12.2016 n. 27000).

– appare evidente dalla stessa struttura del motivo di impugnazione come il medesimo sia volto a proporre una diversa valutazione ed interpretazione delle risultanze probatorie raggiunte, mirando, quindi, ad ottenere una rivisitazione del merito, inammissibile in sede di legittimità;

– alla luce delle suesposte argomentazioni, quindi, il ricorso va respinto;

– le spese seguono la soccombenza e vanno liquidate come in dispositivo;

– sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, se dovuto.

PQM

La Corte respinge il ricorso. Condanna la parte ricorrente alla rifusione, in favore della parte controricorrente, delle spese di lite, che liquida in complessivi Euro 5.000,00 per compensi e 200,00 per esborsi, oltre spese generali al 15% e accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 10 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 16 aprile 2021

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