Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10154 del 16/04/2021

Cassazione civile sez. II, 16/04/2021, (ud. 28/01/2021, dep. 16/04/2021), n.10154

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi G. – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rosanna – Consigliere –

Dott. OLIVA Stefano – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 25227-2019 proposto da:

R.J., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA COMANO n. 95,

presso lo studio dell’avvocato LUCIANO FARAON, rappresentato e

difeso dall’avvocato ANDREA FARAON;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, COMMISSIONE TERRITORIALE RICONOSCIMENTO

PROTEZIONE INTERNAZIONALE VERONA SEZIONE VICENZA;

– intimato –

avverso il decreto del TRIBUNALE di VENEZIA, depositata il

31/07/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

28/01/2021 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

Con il decreto impugnato il Tribunale di Venezia rigettava il ricorso proposto da R.J. avverso il provvedimento di diniego della sua domanda di protezione, internazionale e umanitaria, emesso dalla Commissione territoriale competente.

Propone ricorso per la cassazione di detta pronuncia R.J., affidandosi a tre motivi.

Il Ministero dell’Interno, intimato, non ha svolto attività difensiva nel presente giudizio di legittimità.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perchè il Tribunale avrebbe erroneamente denegato il riconoscimento dello status di rifugiato.

La censura è inammissibile. Il ricorrente aveva riferito di essere fuggito dal proprio Paese di origine perchè, in quanto appartenente alla religione induista, era stato varie volte picchiato dai musulmani del suo villaggio, ed in particolare dagli appartenenti ad un gruppo che voleva impossessarsi delle sue terre e della sua abitazione di famiglia. Le violenze sarebbero state denunciate dal padre alla polizia, senza esito. Il richiedente aveva poi riferito che, al suo arrivo in Libia, era stato rapito, per essere in seguito liberato solo dietro versamento di un riscatto. La storia è stata ritenuta non idonea al riconoscimento della protezione internazionale, da un lato a fronte della ravvisata assenza di profili di persecuzione individuale, e dall’altro in considerazione della sua scarsa credibilità, posto che “… non si spiegherebbe come i familiari del ricorrente siano potuti tranquillamente restare nel villaggio in cui avevano subito le violenze e che il ricorrente sia stato l’unica persona a fuggire perchè i soldi non bastavano per tutti” (cfr. pag. 6 della decisione impugnata).

Tale ultimo passaggio della motivazione, che evidenzia la scarsa credibilità dell’intero racconto – che, come tale, giustifica il rigetto tanto dello status di rifugiato che della protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. a) e b), non è specificamente attinto dal motivo in esame, con il quale il ricorrente attinge soltanto la prima parte del ragionamento condotto dal giudice di merito.

In argomento, va dato atto della natura poco appagante dell’affermazione, adombrata dal Tribunale, secondo cui, in presenza di discriminazione a sfondo religioso, la violenza finalizzata all’apprensione dei beni del perseguitato non rileverebbe ai fini del riconoscimento della protezione internazionale. Tutte le persecuzioni, invero, a prescindere dal motivo scatenante delle violenze o delle discriminazioni in cui esse si sostanziano, sono solitamente accompagnate dalla razzia degli averi del soggetto, o dei soggetti, perseguitati. La razzia è conseguenza ed effetto collaterale della persecuzione, che assume rilievo in quanto tale, ai fini del riconoscimento della protezione internazionale, a prescindere dal fatto che essa sia accompagnata, o motivata, o ispirata, dalla finalità di sottrarre ad un soggetto, o ad una categoria di individui, o ad un intero popolo, i loro averi.

Tuttavia, la ritenuta non credibilità del racconto fa venir meno le superiori considerazioni circa la debolezza del primo argomento utilizzato dal giudice di merito, e vale – essa sola – a giustificare la statuizione di rigetto del riconoscimento dello status di rifugiato. A ciò si deve aggiungere, come già accennato, che il ricorrente neppure si confronta con tale ultimo passaggio, non dando atto in alcun modo dell’esistenza di motivazioni, dedotte in sede di merito e non considerate dal Tribunale, a giustificazione del fatto che la famiglia del R. abbia potuto continuare a vivere indisturbata in patria, dopo la partenza del predetto.

Con il secondo motivo il ricorrente lamenta la violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perchè il Tribunale avrebbe erroneamente denegato il riconoscimento della protezione sussidiaria, a fronte del quadro di fanatismo religioso esistente in (OMISSIS).

La censura è inammissibile. A fronte della ravvisata non credibilità del racconto, il Tribunale ha correttamente escluso anche la riconoscibilità della protezione sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. a) e b). Il contesto interno del (OMISSIS), di conseguenza, è stato esaminato ai limitati fini della verifica di una situazione di violenza generalizzata rilevante in relazione alla lett. c) della norma appena richiamata. Il decreto impugnato, sotto questo specifico aspetto, indica le C.O.I. consultate (cfr. pag. 10: EASO 2017) e delle informazioni da esse tratte, ed il ricorrente non contrappone a detta fonte alcuna fonte diversa, più specifica o più aggiornata, sulla propria area di provenienza, introducendo quindi una censura che si risolve in un’inammissibile critica del percorso argomentativo seguito dal giudice di merito ed a invocare, in definitiva, un mero riesame del giudizio di fatto, estraneo alla natura ed ai fini del giudizio di legittimità (Cass. Sez. U, Sentenza n. 24148 del 25/10/2013, Rv. 627790).

Con il terzo motivo il ricorrente lamenta la violazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, perchè il giudice di merito avrebbe ingiustamente denegato anche la protezione umanitaria.

La censura è inammissibile. La forma residuale di tutela in esame è stata esclusa dal Tribunale a fronte della ravvisata insussistenza di profili di vulnerabilità individuale in capo al R.. Quest’ultimo, nel dolersi del rigetto, non allega alcun elemento che il giudice di merito non avrebbe considerato, o avrebbe considerato in modo non adeguato, limitandosi ad una generica confutazione della decisione, che ancora una volta si risolve nella mera invocazione di un nuovo giudizio sul fatto, estraneo alla natura ed ai fini del giudizio di legittimità (Cass. Sez. U, Sentenza n. 24148 del 25/10/2013, Rv. 627790).

In definitiva, il ricorso è inammissibile.

Nulla per le spese, in difetto di svolgimento di attività difensiva da parte del Ministero intimato nel presente giudizio di legittimità.

Stante il tenore della pronuncia, va dato atto – ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater – della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo a titolo contributo unificato, pari a quello previsto per la proposizione dell’impugnazione, se dovuto.

PQM

la Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione seconda civile, il 28 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 16 aprile 2021

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