Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10142 del 09/05/2011

Cassazione civile sez. II, 09/05/2011, (ud. 25/01/2011, dep. 09/05/2011), n.10142

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROVELLI Luigi Antonio – Presidente –

Dott. MAZZIOTTI DI CELSO Lucio – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Consigliere –

Dott. CORRENTI Vincenzo – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso (iscritto al N.R.G. 17689/05) proposto da:

S.M., P.G. ed C.E.,

rappresentati e difesi, in forza di procura speciale a margine del

ricorso, dall’Avv.to Polizzotto Salvatore del foro di Enna,

domiciliati presso la cancelleria della Suprema Corte di Cassazione;

– ricorrenti –

contro

COMUNE di ENNA, in persona del Sindaco pro-tempore, rappresentato e

difeso dall’Avv.to Termine Elvira, in virtù di procura speciale a

margine del controricorso, domiciliato presso la cancelleria della

Suprema Corte di Cassazione;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di Caltanissetta n. 93/2004

depositata il 25 settembre 2004.

Udita la relazione della causa svolta nell’udienza pubblica del 25

gennaio 2011 dal Consigliere relatore Dott.ssa Milena Falaschi;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. RUSSO Rosario Giovanni, che – in assenza delle parti –

ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione notificato il 29 ottobre 1990 il Comune di Enna proponeva opposizione, dinanzi al Tribunale di Enna, avverso al decreto ingiuntivo notificato in data 9.10.1990, con il quale il Presidente del Tribunale di Enna gli ingiungeva il pagamento della somma di L. 156.202.360, in favore degli ingegneri S. M., P.G. ed C.E., a titolo di compensi professionali per lo svolgimento dell’incarico affidato con disciplinare del 25.7.1984, avente ad oggetto la redazione del piano regolatore particolareggiato e di recupero per la zona (OMISSIS).

L’opponente assumeva che nulla doveva agli ingiungenti in quanto il piano di recupero dagli stessi elaborato era stato depositato dopo oltre un quinquennio dalla stipula della convenzione e comunque dopo la scadenza dei termini di validità dei vincoli, dunque era inutilizzabile; in subordine, affermava che l’ammontare del corrispettivo eventualmente dovuto, a saldo e detratti gli acconti ricevuti, era il 40% del compenso, espressamente pattuito, di L. 80.000.000, come previsto nel disciplinare di incarico, contestando, inoltre, la conformità alle tariffe professionali della parcella posta a base del decreto ingiuntivo. Chiedeva, pertanto, la revoca del decreto opposto e svolgeva domanda riconvenzionale affinchè gli opposti venissero condannati a restituire le somme ricevute a qualsiasi titolo.

Instauratosi il contraddittorio, nella resistenza degli opposti, che deducevano l’infondatezza dell’opposizione per essere il ritardo nella consegna del piano di massima da addebitare esclusivamente al Comune che non aveva consegnato – come da disciplinare – la mappe catastali delle unità immobiliari comprese nel piano e solo con disciplinare aggiuntivo aveva conferito ai professionisti l’incarico di procedere al rilievo ed alla restituzione grafica di dette unità (riapposti i vincoli con Delib. 26 giugno 1989, n. 409), all’esito dell’istruzione della causa, il Tribunale adito, previa revoca del decreto ingiuntivo, in parziale accoglimento dell’opposizione proposta, condannava il Comune al pagamento in favore degli opposti del 40% dell’onorario indicato in parcella, decurtata, perchè non spettante, la somma di L. 19.680.000 richiesta per onorario rilievi, “rivalutato come previsto in tariffa urbanistica, oltre alle spese rivalutate, agli interessi e a gli oneri aggiuntivi, come determinati nella parcella e nel ricorso per decreto ingiuntivo e dedotto l’acconto ricevuto” (pari a L. 22.155.756).

In virtù di rituale appello interposto dal Comune di Enna, con il quale lamentava la errata interpretazione dell’art. 9 del disciplinare di incarico e l’inesattezza dei conteggi, la Corte di Appello di Caltanissetta, nella resistenza degli appellati, accoglieva l’appello e in riforma della sentenza impugnata, condannava il Comune al pagamento in favore dei professionisti del 40% della somma di L. 80.000.000, detratto l’acconto ricevuto di L. 22.155.756, oltre alla rivalutazione monetaria e alle spese rivalutate, agli interessi e agli oneri aggiuntivi, come determinati nella parcella e nel ricorso per d.i., dal 25.7.1984 sino alla data di pubblicazione della pronuncia di appello, oltre interessi legali, sulla somma finale, dalla pubblicazione della sentenza al soddisfo.

A sostegno dell’adottata sentenza, la corte territoriale evidenziava che l’interpretazione fornita dal giudice di prime cure dell’art. 9 del disciplinare non poteva essere condivisa in quanto dal tenore emergeva chiaramente che la previsione aveva la finalità di fissare un limite invalicabile di spesa e che diversamente argomentando la clausola sarebbe stata del tutto superflua.

Affermava, altresì, che proprio la dedotta impossibilità per le parti contraenti di poter calcolare, al momento della stipula, l’esatta superficie del piano di recupero, costituiva la premessa logica per avere fatto ricorso ad un calcolo presuntivo e nessun contrasto poteva ravvisarsi con il richiamo all’applicazione della Tariffa professionale, posto che il totale dei compensi e delle spese, proprio perchè non predeterminabili in quel momento, avrebbe potuto essere inferiore all’ammontare presunto.

Aggiungeva, inoltre, che l’interpretazione accolta era avvalorata dal comportamento delle parti nella fase precontrattuale, nè poteva farsi questione di nullità di tale previsione contrattuale per contrarietà ai minimi della Tariffa professionale stante l’insegnamento della Suprema Corte al riguardo.

Da quanto sopra esposto, riteneva assorbite le doglianze sollevate circa l’esattezza dei conteggi.

Avverso l’indicata sentenza della Corte di Appello di Caltanissetta hanno proposto ricorso per cassazione il S., il P. e lo C., che risulta articolato su quattro motivi, al quale ha resistito con controricorso il Comune di Enna.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo i ricorrenti deducono la violazione e falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, degli artt. 1362, 1363, 1366, 1369 e 1370 c.c. nonchè per omessa o comunque insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia (ex art. 360 c.p.c., n. 5), basandosi la statuizione impugnata su un’interpretazione dell’art. 9 del disciplinare palesemente erronea.

In particolare, con riferimento all’art. 1362 c.c. (secondo il quale per attribuire il significato proprio alle clausole contrattuali si deve esaminare il complesso della situazione nella quale il contratto si è formato ed è stato attuato, nonchè il criterio della buona fede sancito dall’art. 1366 c.c.), la Corte di merito non ha considerato che il chiaro, puntuale ed espresso richiamo alle tariffe professionali vigenti, rettamente collegato e coordinato al dato letterale, avrebbe dovuto fare concludere nel senso che nella comune volontà dei contraenti l’importo di L. 80.000.000 fosse di carattere meramente presuntivo, mentre i compensi andavano determinati sulla base delle tariffe vigenti e delle disposizioni normative puntualmente richiamate. Quanto all’art. 1363 c.c., i ricorrenti si dolgono che la Corte territoriale, stante l’obiettiva contraddittorietà delle previsioni di cui al precitato art. 9, avrebbe dovuto individuare la comune volontà delle parti in base al complessivo contenuto de contratto. In altri termini, avrebbe dovuto verificare che l’intento dei contraenti fosse compatibile e coerente con il contesto generale delle pattuizioni negoziali in cui la clausola è inserita. Relativamente all’art. 1369 c.c., osservano i ricorrenti che le espressioni con più sensi, nel dubbio, avrebbero dovuto essere interpretate in quello più conveniente alla natura e all’oggetto del contratto, nel caso di specie rappresentato dal riferimento alle tariffe professionali. Con riferimento all’art. 1370 c.c., le clausole inserire nelle condizioni generali di contratto o in moduli e formulari predisposti da uno dei contraenti avrebbero dovuto essere interpretate, nel dubbio, a favore dell’altro contraente. La doglianza non può trovare accoglimento.

Costituisce principio largamente consolidato nella giurisprudenza di legittimità, dal quale il Collegio non intende discostarsi, quello secondo il quale il compenso per prestazioni professionali va determinato in base alla tariffa ed adeguato all’importanza dell’opera solo nel caso in cui esso non sia stato liberamente pattuito, in quanto l’art. 2233 c.c. pone una garanzia di carattere preferenziale tra i vari criteri di determinazione del compenso, attribuendo rilevanza in primo luogo alla convenzione che sia intervenuta fra le parti e poi, solo in mancanza di quest’ultima, e in ordine successivo, alle tariffe e agli usi e, infine, alla determinazione del giudice.

Ciò precisato, non può nella specie trovare applicazione il secondo comma della norma invocata non sussistendone i presupposti, per avere accertato i giudice del gravame la pattuizione su base volontaristica della determinazione del compenso.

Deve, altresì, escludersi che, nel caso di specie, possa configurarsi alcun vizio della motivazione, rilevante ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5. A tale riguardo si rileva che i giudici di appello hanno fornito un’adeguata argomentazione in ordine alla determinazione del compenso su base volontaria, come emerge evidente dal tenore testuale della clausola di cui all’art. 9 del disciplinare sottoscritto dalle parti, che si sottrae, pertanto, da ogni censura nella presente sede.

Invero la Corte territoriale ha correttamente e congruamente motivato il proprio convincimento laddove l’ultima parte del citato art. 9 testualmente recita: “le competenze tecniche, onorari e spese, presunte e determinate come sopra, ammontano per tutti e tre i professionisti incaricati a L. 80.000.000. Esse comprendono le spese tutte, nessuna esclusa, necessarie per l’espletamento dell’incarico sino all’approvazione del piano, comprese quelle relative alla stipula del presente preliminare. Le competenze tecniche sopracitate sono omnicomprensive e vengono considerate remunerative a tutti gli effetti”. Proprio da detto chiaro tenore delle espressioni usate ha desunto che la spesa era stata approvata entro tale limite invalicabile di remunerazione.

Del resto la citazione delle tariffe professionali appare essere fatta solo per dare un riferimento presuntivo al tipo di lavoro da guidare, stante il noto brocardo in claris non fit interpretatio.

Per le medesime considerazioni non può formare oggetto di sindacato di legittimità la valutazione del giudice di merito delle risultanze probatorie al riguardo.

La Corte distrettuale ha, altresì, chiarito che l’interpretazione della comune volontà delle parti nel senso esposto è confortata anche dal comportamento precontrattuale: infatti con Delib. comunale n. 2460 dell’8 settembre 1983 la Giunta Municipale del Comune di Enna, nel dare incarico a cinque gruppi di professionisti – tra cui gli odierni ricorrenti – della progettazione dei piani di recupero, ha previsto, espressamente, facendo proprie le considerazioni esposte nella relazione dall’Ufficio Tecnico (riportate in delibera), che l’impegno finanziario complessivo per tutti e cinque i gruppi era di L. 400.000.000, I.V.A. compresa, che ripartito per cinque equivale a L. 80.000.000 per ciascun gruppo. Il giudice del gravame ha ulteriormente rafforzato il proprio iter argomentativo circa la dedotta impossibilità delle parti contraenti di calcolare, al momento della stipula, l’esatta superficie del piano di recupero, circostanza che logicamente non si pone in contrasto con il richiamo all’applicazione della tariffa professionale, posto che il compenso, non pretederminabile in quel momento, avrebbe anche potuto essere inferiore all’ammontare presunto. E ciò a conferma del limite invalicabile di spesa, come di seguito previsto, altrimenti non vi sarebbe stata necessità di stabilire un tetto massimo.

Questo anche a conforto di quanto sostenuto dalla stessa parte ricorrente, secondo cui “l’assunzione di un’obbligazione contrattuale da parte della pubblica amministrazione deve essere assistita da uno specifico impegno contabile registrato nel competente bilancio di previsione, che ha la funzione di imprimere un vincolo di destinazione alla somma stanziata per l’adempimento dell’obbligazione stessa”. Occorre aggiungere, però, che il vincolo di destinazione attiene anche alla determinazione dell’importo, non potendo l’ente pubblico essere obbligato e quindi esposto per somme maggiori rispetto a quelle approvate in delibera.

Infatti, l’interpretazione delle clausole di un contratto stipulato da un ente pubblico deve effettuarsi nel senso di dare la preferenza ad un risultato favorevole e non contrario alla legittimità dell’atto stesso e così ricostruire la volontà dell’organo in relazione al potere esercitato, prendendo atto delle esigenze dell’ente medesimo, come esplicitato in atti pubblici (v. Cass., Sez. 1^, 4.11.1980, n. 5912).

Verificata la conguità della motivazione circa l’accertamento della natura convenzionale del compenso pattuito, sono privi di rilevanza le censure che attengono alle modalità di determinazione dei compensi alla luce delle tariffe professionali.

Con il secondo motivo i ricorrenti deducono la violazione e falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, dell’art. 115 c.p.c., nonchè per omessa o comunque insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia prospettato dalle parti. In particolare, la Corte territoriale avrebbe omesso di esaminare e valutare la circostanza che, in dipendenza del comportamento tenuto dal committente, le prestazioni professionali sono state espletate soltanto nel 1989.

A parte il rilevare, per il principio dell’autosufficienza del ricorso in sede di legittimità, che non è stato chiarito dai ricorrenti con quale atto la parte vittoriosa in primo grado avrebbe denunziato al giudice del gravame tale doglianza, diversamente dalla prospettazione di parte ricorrente, la Corte nissena ha implicitamente posto a base della decisione proprio detta circostanza, ritenendo ancora utile la prestazione laddove in sentenza, nella parte espositiva del fatto, testualmente si legge “In ogni caso … il progetto di cui trattasi, sebbene presentato in ritardo rispetto ai termini originariamente previsti, era pienamente utilizzabile”. Del resto la circostanza è stata determinante nell’accertamento per avere la Corte di merito riconosciuto ai professionisti la rivalutazione monetaria con decorrenza dal 25.7.1984, data di sottoscrizione del disciplinare. Come noto, si tratta di voce che in ipotesi di debito di valuta ha natura in senso lato risarcitoria, con la funzione di attenuare ed impedire gli effetti della svalutazione monetaria legati al ritardato adempimento dell’obbligazione (v. Cassa., Sez. 3^, 3.7.2008, n. 18226; Cass., Sez. 2^, 22.6.2004, n. 11594). Anche detta censura è priva di pregio.

Con il terzo motivo i ricorrenti lamentano la violazione e falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, dell’art. 1419 c.c., della L. n. 340 del 1976, articolo unico, dell’art. 2223 c.c., nonchè l’omessa o comunque insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della motivazione, ex art. 360 c.p.c., n. 5. La corte territoriale avrebbe semplicisticamente disatteso l’eccezione di nullità del disciplinare stipulato in violazione delle norme imperative che stabiliscono minimi tariffari inderogabili, previsione divenuta cogente con l’entrata in vigore della L. n. 340 del 1976.

Per costante e condivisibile indirizzo di questa corte la violazione dei precetti normativi che impongono l’inderogabilità dei minimi tariffari non importa, secondo il richiamato orientamento, la nullità, ex art. 1418 c.c., comma 1, del patto in deroga in quanto trattasi di precetti non riferibili ad un interesse generale, ma solo ad un interesse della categoria professionale (v., tra le altre, sent. Cass., 2^ Sez., n. 21235 del 5.10.2009).

Il motivo va rigettato.

Con il quarto ed ultimo motivo i ricorrenti censurano la violazione e falsa applicazione dell’art. 92 c.p.c. in quanto l’erronea interpretazione del disciplinare avrebbe indotto i giudici di secondo grado a ritenere sussistere un valido motivo per condannare i ricorrenti al pagamento delle spese in favore del Comune.

Il motivo è da ritenere superato alla luce delle considerazioni sviluppate in ordine ai motivi da 1) a 3) di cui sopra.

In conclusione il ricorso va rigettato alla stregua delle precedenti considerazioni. Al rigetto del ricorso consegue, come per legge, la condanna dei ricorrenti in solido al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti in solido alla rifusione delle spese del giudizio di Cassazione, che liquida in complessivi Euro 2.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori, come per legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 25 gennaio 2011.

Depositato in Cancelleria il 9 maggio 2011

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