Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1007 del 20/01/2014


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Civile Sent. Sez. U Num. 1007 Anno 2014
Presidente: ROVELLI LUIGI ANTONIO
Relatore: VIVALDI ROBERTA

Data pubblicazione: 20/01/2014

SENTENZA
sul ricorso 9216-2013 proposto da:
GALLIO FRANCESCA, elettivamente domiciliata in ROMA,
2013

LUNGOTEVERE MELLINI 7, presso lo studio dell’avvocato

607

ZACCAGNINI LUCIA, rappresentata e difesa dall’avvocato
MARTINUZZI GINO, per delega in calce al ricorso;
– ricorrente contro

CONSIGLIO DELL’ORDINE FORENSE DI VICENZA, PROCURATORE
GENERALE PRESSO LA CORTE DI CASSAZIONE;
– intimati –

avverso la sentenza n. 9/2013 del CONSIGLIO NAZIONALE
FORENSE, depositata il 25/02/2013;

udienza del 26/11/2013 dal Consigliere Dott. ROBERTA
VIVALDI;
udito

l’Avvocato

Lucia

ZACCAGNINI

per

delega

dell’avvocato Gino Martinuzzi;
udito il P.M. in persona dell’Avvocato Generale Dott.
UMBERTO APICE, che ha concluso per il rigetto del
ricorso.

udita la relazione della causa svolta nella pubblica

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Vicenza, con deliberazione del 2.36.4.2011, irrogò all’avvocato Francesca Gallio la sanzione disciplinare della
sospensione dall’esercizio professionale per mesi due perché ritenuta
responsabile ” della violazione dell’art. 43 del codice deontologico forense
e in particolare di richiedere compensi manifestamente sproporzionati

di quelli di correttezza e lealtà professionale, per avere incassato,
trattenendo dai fondi liquidi della massa ereditaria relativa alla successione
del sig. Fabio Stedile, la somma di C 344.189,13 a titolo di compenso per
l’attività professionale svolta sino al febbraio 2006 con riferimento a detta
successione ereditaria e avente per oggetto, in particolare, la divisione del
solo patrimonio mobiliare investito nel conto n. 64484807 acceso presso
Unicredit Banca spa del valore complessivi di C 1.390.892,70″.
L’avvocato Gallio impugnò la deliberazione davanti al Consiglio Nazionale
Forense sostenendo l’erroneità in ordine all’oggetto dell’incarico ed alle
prestazioni compiute; l’erroneo calcolo del valore della pratica e la
conseguente congruità dei compensi riscossi; la rilevanza dell’accordo
intercorso tra cliente ed avvocato con riferimento alla determinazione dei
compensi e delle dichiarazioni liberatorie dagli stessi rilasciate;
l’eccessività della sanzione inflitta.
Il Consiglio Nazionale Forense, con decisione del 25.2.2013, accolse
parzialmente il ricorso con riferimento all’entità della sanzione disciplinare
irrogando quella della censura.
Francesca Gallio ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi.
Gli intimati Consiglio dell’Ordine di Vicenza e Procuratore generale presso
la Corte di Cassazione non hanno svolto attività.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo la ricorrente denuncia in relazione all’art. 360, comma
primo, n. 3, c.p.c., violazione ed erronea applicazione dell’art. 5, comma
4 0, delle norme in materia stragiudiziale del D.M. 127/04 e dagli artt. 10 e
3

rispetto all’attività svolta nonché dei doveri di probità, dignità e decoro e

12 c.p.c.; in relazione all’art. 360, comma primo, n. 5, c.p.c. insufficiente
e contraddittoria motivazione.
La ricorrente censura la decisione impugnata per avere ancòrato il giudizio
di “eccessività e sproporzione” dei compensi ottenuti, non all’attività in
concreto svolta – come prescrive l’art. 43, canone II, del Codice
Deontologico Forense -, bensì ” assumendo a riferimento l’indicazione
(formale ma incompleta) desumibile dalle fatture emesse a fronte dei

Il motivo non è fondato.
Il giudice disciplinare – al fine di pervenire ad un giudizio di ” eccessività”
dei compensi richiesti – non si è limitato a prendere in esame soltanto le
fatture – peraltro indicative dell’attività in concreto svolta -, ma ha
esaminato le risultanze di causa concludendo che ” i compensi richiesti
superano di gran lunga i massimi consentiti dalle tariffe all’epoca in
vigore” proprio “tenuto conto dell’attività professionale espletata” ( pag. 5
della sentenza).
In sostanza, il valore dell’oggetto (C 1.433.000,00) era relativo al solo
patrimonio mobiliare ed è in riferimento a questo ed all’attività
professionale fino a quel momento svolta – di cui è traccia nelle fatture
prodotte – che l’Organo disciplinare ha formulato il suo giudizio.
Ed anzi, dopo avere evidenziato che la documentazione prodotta
dall’incolpata non è stata sufficiente a rappresentare” un incarico di valore
decisamente più consistente rispetto a quello indicato nel capo di
incolpazione”, ha ulteriormente sottolineato: ” E’ peraltro incontrovertibile
la circostanza che, sebbene l’avv. Gallio possa avere ricevuto incarichi
plurimi e con oggetto sensibilmente diverso dagli undici chiamati alla
successione del sig. Stabile, l’importo richiesto con le fatture prodotte, il
cui oggetto non lascia dubbi all’interprete, ed ottenuto attraverso il
pagamento/prelievo dal conto corrente, nel quale era confluita la liquidità
del patrimonio mobiliare disinvestito, è riferibile esclusivamente all’attività
professionale svolta fino a quel momento e come tale appare
eccessivamente sproporzionato rispetto al valore dell’oggetto”.
Segno questo di un esame puntuale delle risultanze probatorie e delle
eventuali attività professionali specifiche espletate.
4

compensi complessivamente ricevuti “.

Con il secondo motivo si denuncia in relazione all’art. 360, comma primo,
n. 3, c.p.c., violazione, falsa ed erronea applicazione dell’art. 43 Cod.
Deontologico Forense in relazione all’art. 2233, comma primo, cod. civ.. In
relazione all’art. 360, comma primo, n. 5, c.p.c. omessa motivazione circa
il fatto decisivo della prova dell’accordo sui compensi.
Il motivo non è fondato.
Al di là della legittimità di un eventuale accordo fra professionista e cliente

prevista dai massimi di tariffa, quel che qui rileva è che la sentenza
impugnata – richiamando la decisione adottata sul punto dal Consiglio
dell’Ordine degli Avvocati di Vicenza – ha dato atto di un difetto di prova di
un tale accordo.
Peraltro, la proporzione dei compensi all’attività svolta è criterio generale
richiamato, oltre che dall’art. 43 del codice deontologico, anche dall’art. 45
in materia di accordi sulla definizione del compenso.
Si tratta, pertanto, di un criterio generale posto a tutela del cliente; in ogni
caso, nella specie, superato dalla mancanza di prova di un tale accordo;
valutazione questa spettante al giudice disciplinare, che, implicitamente,
ha ritenuto il difetto di decisività delle generiche indicazioni fornite dal
teste Zambon, come riportate in ricorso.
Conclusivamente, il ricorso è rigettato.
Nessun provvedimento è adottato in ordine alle spese, non avendo gli
intimati svolto attività difensiva.
Risultando dagli atti che il procedimento in esame è considerato esente dal
versamento del contributo unificato, non si deve far luogo all’accertamento
di cui all’art. I quater del d.p.r.30 maggio 2002, n. 115, introdotto dal
comma 17 dell’art. 1 della legge n. 228/12.

P.Q.M.
La Corte, pronunciando a sezioni unite, rigetta il ricorso. Nulla spese.
Così deciso in data 26 novembre 2013 in Roma, nella camera di consiglio
delle Sezioni Unite civili della Corte di cassazione.

in ordine alla corresponsione di compensi in misura superiore a quella

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