Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10024 del 20/04/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 20/04/2017, (ud. 16/02/2017, dep.20/04/2017),  n. 10024

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NOBILE Vittorio – Presidente –

Dott. NEGRI DELLE TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – rel. Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 16821-2011 proposto da:

POSTE ITALIANE S.P.A. C.F. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA VIALE

MAZZINI 134, presso lo studio dell’avvocato LUIGI FIORILLO, che la

rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

C.M. C. F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA FEDERICO CESI 30, presso lo studio dell’avvocato ELENA CARETTA,

che lo rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2573/2010 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 16/06/2010 R.G.N. 304/2005.

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che con sentenza in data 16 giugno 2010, la Corte d’appello di Roma ha rigettato l’appello proposto da Poste Italiane s.p.a. avverso la sentenza di primo grado, che aveva dichiarato la nullità della clausola di apposizione del termine al contratto stipulato con C.M. dal 1 luglio al 30 settembre 2002, accertato la natura a tempo indeterminato del rapporto fin dalla sua costituzione e condannato la società datrice al pagamento, a titolo risarcitorio, delle retribuzioni dalla data di messa in mora oltre accessori;

che avverso tale sentenza Poste Italiane s.p.a. ha proposto ricorso con quattro motivi, cui ha resistito il lavoratore con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, commi 1 e 2, art. 4, comma 2, art. 12 disp. prel. c.c., art. 1362 ss. c.c., art. 1325 ss. c.c., per esclusione delle specifiche ragioni tecniche organizzative individuate dal rinvio del contratto a termine stipulato agli accordi sindacali del 17, 18 e 23 ottobre, 11 dicembre 2001, 11 gennaio 2002, 13 febbraio e 17 aprile 2002 (primo motivo); omessa e insufficiente motivazione su fatto controverso e decisivo (idoneità della compresenza di una pluralità di esigenze aziendali non incompatibili e dell’analitica indicazione dei citati accordi sindacali ad integrare le specifiche ragioni tecniche organizzative giustificanti il contratto a termine stipulato: secondo motivo; mancata ammissione del capitolo di prova dedotto sub 11), decisivo ai fini dell’integrazione probatoria della ricorrenza delle suddette ragioni e di quelle sostitutive per ferie estive: terzo motivo); violazione e falsa applicazione degli artt. 1206, 1207, 1217, 1219, 2094 e 2099 c.c., per inesistenza di un obbligo retributivo a carico datoriale dalla data di messa in mora, in difetto di prestazione lavorativa, anzichè dall’effettiva ripresa del servizio, nè risarcitorio in favore del lavoratore e tenuto conto dell’applicabilità della L. n. 183 del 2001, art. 32, comma 5, quale ius superveniens (quarto motivo);

che ritiene il collegio che i primi tre motivi debbano essere rigettati e invece accolto il quarto, nella parte relativa all’applicazione della L. n. 183 del 2001, art. 32, comma 5, quale ius superveniens, assorbita quella riguardante il regime previgente;

che, infatti, i primi due motivi, congiuntamente esaminabili per ragioni di stretta connessione, sono infondati per l’argomentato e critico esame del contenuto dei citati accordi sindacali, richiamati nel contratto individuale stipulato da Poste Italiane s.p.a. con C.M., integrante un accertamento in fatto, insindacabile in sede di legittimità, in quanto congruamente e correttamente motivato (per le ragioni dall’ultimo capoverso di pg. 2 al terzo capoverso di pg. 3 e degli ultimi due capoversi della stessa pg. 3 della sentenza), in ordine all’inidoneità concreta della compresenza di una pluralità di esigenze aziendali ad integrare le ragioni previste dal D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, non specificamente ricorrenti pur potendo risultare dall’atto scritto non solo per indicazione diretta, ma anche per relationem ad altri testi, richiamati nel contratto di lavoro e pertanto anche ad accordi sindacali su processi di mobilità aziendale legittimanti le assunzioni a termine, quale strumento di riequilibrio territoriale e funzionale delle risorse umane (Cass. 11 febbraio 2015, n. 2680; Cass. 25 maggio 2012, n. 8286; Cass. 1 febbraio 2010, n. 2279), quali appunto gli accordi sindacali suindicati;

che anche il terzo motivo è infondato, per la giustificata valutazione (per le ragioni dal quinto all’ottavo capoverso di pg. 3 e ai primi quattro capoversi di pg. 4 della sentenza) di inidonea deduzione istruttoria “seriale” in ordine alle specifiche ragioni tecniche organizzative, insindacabile in sede di legittimità (Cass. 16 dicembre 2011, n. 27197; Cass. 18 marzo 2011, n. 6288; Cass. 19 marzo 2009, n. 6694); e così pure per le medesime considerazioni svolte in riferimento alle esigenze sostitutive per ferie (dal quinto al settimo capoverso di pg. 4 della sentenza), in difetto di quelle essenziali deduzioni, pur nelle situazioni aziendali complesse, in cui la sostituzione non sia riferita ad una singola persona, ma ad una funzione produttiva specifica, occasionalmente scoperta, per cui l’apposizione del termine debba considerarsi legittima se l’enunciazione dell’esigenza di sostituire lavoratori assenti – da sola insufficiente ad assolvere l’onere di specificazione delle ragioni stesse – risulti integrata dall’indicazione di elementi ulteriori (quali l’ambito territoriale di riferimento, il luogo della prestazione lavorativa, le mansioni dei lavoratori da sostituire, il diritto degli stessi alla conservazione del posto di lavoro) che consentano di determinare il numero dei lavoratori da sostituire, ancorchè non identificati nominativamente, ferma restando, in ogni caso, la verificabilità della sussistenza effettiva del prospettato presupposto di legittimità (Cass. 7 gennaio 2016, n. 113; Cass. 26 novembre 2015, n. 24196; Cass. 12 gennaio 2015, n. 208; “Cass. 1 dicembre 2014, n. 25384; Cass. 26 gennaio 2010, n. 1577);

che invece è fondato il quarto motivo, in parte qua, preliminarmente esclusa (da Corte cost. 9 novembre 2011, n. 303) l’illegittimità costituzionale (sollevata anche da Cass. 28 gennaio 2011) della L. n. 183 del 2001, art. 32, comma 5, per la ritenuta corretta interpretazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, nel senso che la violazione di norme di diritto possa concernere anche disposizioni emanate dopo la pubblicazione della sentenza impugnata, qualora siano applicabili al rapporto dedotto in giudizio perchè dotate di efficacia retroattiva: in tal caso essendo ammissibile il ricorso per cassazione per violazione di legge sopravvenuta; neppure nel caso di specie sussistendo il limite del giudicato, precluso anche, qualora la sentenza si componga di più parti connesse tra loro in un rapporto per il quale l’accoglimento dell’impugnazione nei confronti della parte principale determini necessariamente anche la caducazione della parte dipendente, dalla proposizione dell’impugnazione nei confronti della parte principale, pur in assenza di impugnazione specifica della parte dipendente (Cass. s.u. 27 ottobre 2016, n. 21691);

che pertanto il ricorso deve essere accolto in relazione al quarto motivo nei limiti detti, rigettati i primi tre, con la cassazione della sentenza impugnata, in relazione al motivo accolto e rinvio, anche per la regolazione delle spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione.

PQM

La Corte rigetta i primi tre motivi, accoglie il quarto nei sensi di cui in motivazione; cassa la sentenza in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per la regolazione delle spese del giudizio di legittimità, alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Adunanza Camerale, il 16 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 20 aprile 2017

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