Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10019 del 27/04/2010

Cassazione civile sez. lav., 27/04/2010, (ud. 16/02/2010, dep. 27/04/2010), n.10019

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROSELLI Federico – Presidente –

Dott. DE RENZIS Alessandro – Consigliere –

Dott. IANNIELLO Antonio – Consigliere –

Dott. DI CERBO Vincenzo – rel. Consigliere –

Dott. CURZIO Pietro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

G.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PAOLO EMILIO

34, presso lo studio dell’avvocato D’ATRI ROBERTO, che lo rappresenta

e difende, giusta delega a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

MITA – MEDITERRANEA INIZIATIVE TURISTICHE ALBERGHIERE S.r.l. – già

S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEL BABUINO 51, presso lo

studio dell’avvocato RIDOLA MARIO GIUSEPPE, che la rappresenta e

difende unitamente all’avvocato BIOLATO GIUSEPPE VITTORIO, giusta

delega in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 9114/2005 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 07/04/2006 R.G.N. 7408/04;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

16/02/2010 dal Consigliere Dott. VINCENZO DI CERBO;

udito l’Avvocato RIDOLA MARIO GIUSEPPE;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MATERA Marcello, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

La Corte d’appello di Roma ha confermato la sentenza di primo grado nella parte in cui aveva rigettato il ricorso con il quale G. F., dipendente della società MITA – Mediterranea Iniziative Turistiche Alberghiere s.p.a. -, con mansioni di cuoco presso l’hotel Eden di Roma, aveva impugnato il licenziamento in tronco intimatogli in data 23 aprile 2001.

Il provvedimento espulsivo faceva riferimento alla lettera in data 6 aprile 2001 con la quale era stato contestato al lavoratore di aver prelevato, senza autorizzazione, un quantitativo di salmone dalla cella frigorifera dell’albergo e di aver tentato di uscire dal luogo di lavoro con la merce suddetta.

La corte di merito dichiarava la sussistenza, nel caso di specie, di una giusta causa di licenziamento, avendo ritenuto provato l’assunto posto dal datore di lavoro a fondamento del recesso.

E la cassazione della sentenza propone ricorso il lavoratore affidato a tre motivi. La società MITA – Mediterranea Iniziative Turistiche Alberghiere s.p.a. – resiste con controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memoria ai sensi dell’art. 378 cod. proc. civ..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo il ricorrente denuncia illegittimità del rigetto istruttorio, ammissibilità e conclusività della prova contraria del ricorrente, violazione del principio di difesa e del contraddicono, il principio dispositivo della prova, violazione dell’art. 115 cod. proc. civ. e artt. 2697 cod. civ., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, violazione dell’art. 112 cod. proc. civ., in relazione all’art. 360 cod. proc. civ., n. 4, error in procedendo, omissione e contraddittorietà della motivazione di rigetto. Deduce l’erroneità del rifiuto di accogliere le istanze istruttorie formulate e sostiene che ciò avrebbe violato il suo diritto alla difesa in un contesto in cui il giudice di merito avrebbe ritenuto la colpevolezza del lavoratore sulla base di presunzioni peraltro non concordanti.

Col secondo motivo il ricorrente invoca il divieto di praesumptum de praesumpto, e denuncia la violazione degli artt. 2727 e 2729 cod. civ., nonchè illegittimità dell’accertamento delle responsabilità attraverso presunzioni multiple e non decisorie e illegittimo utilizzo di indizi. Deduce che la Corte territoriale avrebbe desunto la prova della responsabilità del lavoratore da una illegittima concatenazione di presunzioni.

Col terzo motivo il ricorrente denuncia vizio di omessa e contraddittoria motivazione su requisiti della gravità, precisione e concordanza delle presunzioni in relazione agli addebiti. Sostiene che la Corte di merito sarebbe incorsa nel vizio di motivazione nel negare rilevanza ad alcune circostanze allegate dal lavoratore.

I suddetti motivi di ricorso che, in quanto logicamente connessi, devono essere esaminati contestualmente, sono infondati.

La corte territoriale ha motivato in modo coerente e logico sulle ragioni in base alle quali ha ritenuto provata la giusta causa del licenziamento. In particolare ha verificato, sulla base di un esame dettagliato e privo di vizi logici delle risultanze istruttorie, la fondatezza delle contestazioni sulle quali è stato basato il provvedimento espulsivo.

Tutto ciò premesso deve osservarsi che, secondo il costante insegnamento di questa Corte di legittimità (cfr., fra le più recenti, Cass. 7 gennaio 2009 n. 42), la valutazione delle risultanze delle prove e il giudizio sull’attendibilità dei testi, come la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice di merito, il quale è libero di attingere il proprio convincimento da quelle prove che ritenga più attendibili, senza essere tenuto ad un’esplicita confutazione degli altri elementi probatori non accolti, anche se allegati dalle parti.

Nel caso di specie il rifiuto di ammettere le istanze istruttorie formulate dall’appellante è stata motivata, sia pur succintamente, con riferimento alla ritenuta sufficienza del quadro probatorio esaminato. Non può pertanto accogliersi il primo motivo di ricorso atteso che esso, in quanto basato sull’assunto di una erronea valutazione, da parte del giudice del merito, delle risultanze istruttorie, implica una inammissibile nuova valutazione delle stesse, da parte di questa corte di legittimità. Deve essere ribadito, sul punto, il principio di diritto, enunciato da ultimo da Cass. 10 giugno 2009 n. 13375, secondo cui il giudice di merito non è tenuto ad ammettere i mezzi di prova dedotti dalle parti ove ritenga sufficientemente istruito il processo e ben può, nell’esercizio dei suoi poteri discrezionali, non ammettere la dedotta prova testimoniale quando, alla stregua di tutte le altre risultanze di causa, ritenga – con giudizio che, se congruamente motivato, si sottrae al sindacato di legittimità – la stessa superflua.

Quanto al vizio di motivazione è sufficiente ricordare che, come più volte affermato da questa Corte (cfr. Cass. 17 maggio 2007 n. 11457), il vizio di motivazione per omessa ammissione della prova testimoniale o di altra prova può essere denunciato per cassazione solo nel caso in cui essa abbia determinato l’omissione di motivazione su un punto decisivo della controversia e, quindi, ove la prova non ammessa ovvero non esaminata in concreto sia idonea a dimostrare circostanze tali da invalidare, con un giudizio di certezza e non di mera probabilità, l’efficacia delle altre risultanze istruttorie che hanno determinato il convincimento del giudice di merito, di modo che la rado decidendi venga a trovarsi priva di fondamento. Nel caso di specie manca il suddetto presupposto.

Del tutto privo di pregio deve considerarsi il secondo motivo di ricorso, in quanto basato su un presupposto, l’utilizzo, da parte della Corte di merito, della cd. praesumptio de praesumpto, che non è dato rinvenire nella ricostruzione, quale emerge dalla sentenza impugnata, del complessivo quadro probatorio.

Deve, infine, rigettarsi anche il terzo motivo di ricorso in quanto, nel contesto, sopra evidenziato, di una motivazione esente da vizi logici, impinge in ammissibilmente su aspetti del giudizio, interni all’ambito della discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e dell’apprezzamento dei fatti, che attengono al libero convincimento del giudice.

Il ricorso deve essere in definitiva rigettato.

In applicazione del criterio della soccombenza il ricorrente deve essere condannato al pagamento delle spese processuali liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di Cassazione liquidate in Euro 39,00, oltre Euro 2500,00 (duemilacinquecento) per onorari e oltre spese generali, IVA e CPA. Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 16 febbraio 2010.

Depositato in Cancelleria il 27 aprile 2010

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